Banca Carige, le opzioni dei commissari per salvare l’istituto

I commissari di Banca Carige, Fabio Innocenzi, Pietro Modiano e Raffaele Lener, sono già al lavoro per mettere in sicurezza l’istituto ligure, che lunedì sera ha beneficiato di un salvataggio pubblico con il decreto del Consiglio dei ministri, grazie al quale le sue emissioni obbligazionarie e i prestiti eventualmente ricevuti dalla Banca d’Italia verranno garantiti […]

I commissari di Banca Carige, Fabio Innocenzi, Pietro Modiano e Raffaele Lener, sono già al lavoro per mettere in sicurezza l’istituto ligure, che lunedì sera ha beneficiato di un salvataggio pubblico con il decreto del Consiglio dei ministri, grazie al quale le sue emissioni obbligazionarie e i prestiti eventualmente ricevuti dalla Banca d’Italia verranno garantiti dallo stato fino alla cifra di 3 miliardi di euro, così come il Tesoro metterà a disposizione un miliardo di euro per la ricapitalizzazione precauzionale, nel caso i commissari ritenessero non vi fossero alternative. Le misure hanno durata di sei mesi, per cui occorre far presto per capire la direzione da prendere.

Anzitutto, i tre si sono già incontrati con i vertici dello Schema Volontario di Intervento, partecipato dalle banche aderenti al Fondo interbancario di tutela dei depositi e che ha sottoscritto a novembre il bond subordinato da 320 milioni di euro, emesso da Carige al tasso del 13%. Quest’ultimo, come da condizioni pattuite, salirà al 16% in assenza di ricapitalizzazione. I commissari vogliono dimezzare l’onere, che peserebbe altrimenti sui bilanci di Carige per 51,2 milioni all’anno e fino a un massimo di 10 anni, questa la durata del bond.

In attesa di conoscere cosa deciderà il creditore, il quale non è escluso nemmeno che alla fine accetti una conversione del titolo in azioni, restano altre azioni da prendere per fronteggiare la crisi. La più importante riguarda i crediti deteriorati o Npl. Alla fine di dicembre sarebbero scesi a 3,5 miliardi di euro, circa un quinto del totale degli impieghi. I commissari vorrebbero abbatterli a non oltre il 10% lordo. Per farlo, dovranno cederli sul mercato, anche se il problema consiste nel riuscire a spuntare prezzi adeguati e tali da non subire un deterioramento del capitale difficilmente tamponabile con un ennesimo aumento.

Proprio la ricapitalizzazione continua a restare una delle misure clou del piano di salvataggio. Se gli azionisti attuali, tra cui Malacalza Investimenti, ribadiranno la loro opposizione, non resterà che ricorrere al miliardo appena stanziato dal Tesoro o, in alternativa, alle nozze con un istituto di grosse dimensioni, in grado di assorbire le perdite che deriveranno dalle nuove cessioni di Npl. Va da sé che la conversione del bond subordinato in azioni agevolerebbe il matrimonio con qualche partner a quel punto più disponibile ad accollarsi la gestione della storica banca di Genova.