BTp e spread, cosa succede al petrolio?

-
17/10/2018

Si avvicina il giorno del giudizio per i nostri BTp, attesi alla fine del mese al varco dalle agenzie di rating, ecco cosa succederà.

BTp e spread, cosa succede al petrolio?

Si avvicina il giorno del giudizio per i nostri BTp, attesi alla fine del mese al varco dalle agenzie di rating. Standard & Poor’s si esprimerà il 26, Moody’s il 31. Quasi certo il declassamento da parte di entrambe di un gradino, mentre resta improbabile che la scure sia pari a due gradini. In quel caso, il debito pubblico italiano verrebbe scaraventato agli inferi, trattato sui mercati come “junk” o “spazzatura”, finendo in area “non investment grade”. Il mercato ha già grosso modo scontato questo scenario e lo spread BTp-Bund si attesta ormai stabilmente intorno ai 300 punti base. Nell’Eurozona, solo la Grecia offre un premio così alto sulla scadenza decennale. E cosa ancora più preoccupante, lo spread tra i titoli emessi da Atene e quelli del Tesoro di Roma viaggia ormai a meno di 100 punti, la metà della distanza che ci separa dai Bonos spagnoli.

La temperatura si è alzata già con l’avvio delle trattative tra Movimento 5 Stelle e Lega a metà maggio per formare il nuovo governo. Nelle ultime settimane, si è riscaldata sulla presentazione della legge di Stabilità, che per l’anno prossimo ha triplicato il deficit-obiettivo al 2,4% del pil, fissandolo al 2,1% per il 2020 e all’1,8% nel 2021. I mercati temono che la violazione degli accordi tra Roma e Bruxelles spingano il nostro Paese con un piede fuori dall’euro sin da subito. Per questo, vendono copiosamente i titoli di stato italiani, scontando più il rischio che alla scadenza vengano rimborsati in lire che non quello immediato di un default.

Trovare buone notizie sui BTp sembra come andare a cercare l’ago in un pagliaio da almeno un mese a questa parte. Eppure, un segnale positivo arriverebbe dal petrolio. In meno di due settimane, le quotazioni hanno ripiegato del 6,5%, passando da 86 a poco più di 80 dollari al barile. Non un crollo, ma almeno sembra essersi interrotto quel rally che durava ormai da quasi due anni, iniziato nel novembre del 2016, quando le quotazioni si attestavano in area 40 dollari e dovettero essere rianimate dall’accordo interno all’OPEC e con una dozzina di paesi produttori, tra cui la Russia, teso a tagliare l’offerta. Nelle scorse settimane, quota 90 dollari sembrava alla portata e già si parlava di un ritorno alla tripla cifra. Viceversa, pur nel bel mezzo di tensioni internazionali sul ripristino delle sanzioni USA all’Iran e dello scontro tra Arabia Saudita da una parte e Turchia e USA dall’altra sul presunto assassinio di un giornalista, si registra un ripiegamento. Vedremo se sarà temporaneo o destinato a proseguire.


Leggi anche: Dolci tipici di Natale regione per regione vediamo quali sono

Vi chiederete cosa c’entri il petrolio con lo spread. Il nesso si chiama inflazione. Se un barile costa di più, i prezzi energetici aumentano e conducono nei paesi importatori a una lievitazione generale dei prezzi. Un’inflazione più alta accresce il rendimento richiesto dal mercato per acquistare i titoli obbligazionari, compresi quelli emessi dallo stato. Fin qui, ci siamo. C’è qualcosa di più da aggiungere. Oggi come oggi, l’inflazione colpirebbe più probabilmente l’America che non l’Eurozona e per una ragione semplice. La prima vanta il più basso tasso di disoccupazione dalla fine del 1969, per cui possiede un mercato del lavoro in piena occupazione e un’inflazione già sopra il target del 2% fissato dalla Federal Reserve. Se il petrolio rincarasse ulteriormente, quest’ultima sarebbe costretta ad accelerare i tempi della stretta, alzando ancora di più i tassi americani e rafforzando così il dollaro, che già ha corso parecchio negli ultimi anni. Al contempo, poi, i rendimenti dei Treasuries lieviterebbero, quando si sono già portati ai massimi dal 2011, con il decennale in area 3,20%.

petrolio-btp-spread

Non è un caso che il presidente Donald Trump abbia attaccato più volte pubblicamente la Fed, definendola “fuori di testa” per la sua strategia restrittiva sui tassi. E non è un caso nemmeno che stia inveendo da mesi contro l’OPEC, chiedendo all’Arabia Saudita di porre fine all’accordo con la Russia sul taglio alla produzione, così da fare scendere i prezzi. Egli sa, infatti, che solo una discesa delle quotazioni petrolifere consentirebbe all’inflazione americana di raffreddarsi, aprendo la strada per una pausa della Fed sulla stretta.

Se il petrolio iniziasse ad arretrare, magari scendendo intorno o sotto i 75 dollari, l’inflazione nelle economie avanzate farebbe qualche passo indietro e a giovarsene sarebbe, in particolare, proprio l’America di Trump, che rallenterebbe il passo sui prossimi aumenti dei tassi, indebolendo così il dollaro e facendo scendere i rendimenti dei Treasuries. I capitali si sposterebbero più verso quelle economie come l’Eurozona, dove i tassi ancora bassi sono attesi in aumento nei prossimi anni e il cambio euro-dollaro dovrebbe così rafforzarsi. Solo un ritorno cospicuo degli investitori stranieri ci consentirebbe di attingere a quella abbondante liquidità necessaria per rifinanziare più agevolmente la media dei quasi 400 miliardi di debito all’anno. I rendimenti nell’area scenderebbero e, a quel punto, se i rischi di default e di uscita dall’euro fossero percepiti come ininfluenti, gli investitori punterebbero l’attenzione sui nostri BTp, che ormai per le medio-lunghe scadenze rendono persino più dei titoli americani. Se, poi, la BCE ne approfittasse per prendersi qualche mese in più prima di cessare gli acquisti dei bond con il “quantitative easing”, l’effetto benefico per i nostri titoli sarebbe maggiore, pur temperato dai minori afflussi esterni di capitali sulle previsioni di un euro meno forte di quanto oggi si preveda.


Potrebbe interessarti: INAIL, fondo perduto fino a 10.000 per Partite IVA: requisiti e scadenza