Cina e USA in cerca di un accordo contro la guerra dei dazi, Pechino non ha scelta

I funzionari di Cina e USA si incontrano in queste ore a Pechino per cercare un accordo commerciale, che ponga fine a quella che è stata definita una “guerra dei dazi” dalle conseguenze rovinose per l’intero pianeta. L’umore appare positivo, con il segretario al Commercio americano, Wilbur Ross, a evidenziare come Pechino non abbia reali […]

I funzionari di Cina e USA si incontrano in queste ore a Pechino per cercare un accordo commerciale, che ponga fine a quella che è stata definita una “guerra dei dazi” dalle conseguenze rovinose per l’intero pianeta. L’umore appare positivo, con il segretario al Commercio americano, Wilbur Ross, a evidenziare come Pechino non abbia reali alternative, dato che esporta negli USA molto più di quanto gli USA esportino in Cina. Dunque, sarebbe essenzialmente l’economia cinese a perderci nel caso di un’estensione dei dazi da parte dell’amministrazione Trump.

In effetti, la Cina sta rallentando ai minimi da 10 anni e non si esclude che già alla metà di quest’anno possa crescere anche meno del 6%, stando a qualche analisi più pessimistica. Il 2018 si è chiuso con un terzo calo in quattro anni delle sue riserve valutarie per 67,24 miliardi di dollari, a quota 3.073 miliardi. L’anno precedente, erano salite di 129,4 miliardi.

Il dato appare ancora più negativo, se si considera che mediamente lo yuan ha perso nel 2018 il 5,3%, deprezzandosi per quattro degli ultimi cinque anni. In teoria, un cambio più debole avrebbe dovuto innalzare il valore degli assets denominati nelle divise straniere, mentre è avvenuto complessivamente il contrario, spia di come i deflussi dei capitali avrebbero più che compensato l’effetto cambio. Si consideri che lo yuan ha perso contro il dollaro l’11,7% negli ultimi cinque anni. Per la Casa Bianca, sarebbe la prova che la Cina stia svalutando il cambio a fini competitivi, ma la realtà sarebbe più critica: il governo di Pechino sta assistendo a un deterioramento delle partite correnti, che per la prima volta da 25 anni hanno chiuso in territorio negativo nei primi nove mesi del 2018.

Considerando che il saldo commerciale di tutto l’anno scorso dovrebbe essersi attestato in positivo sui 470 miliardi, anche solo ipotizzando partite correnti in pareggio, dovremmo prendere atto che circa mezzo trilione di dollari risulterebbe avere lasciato nei 12 mesi la Cina. Parliamo di uno spostamento enorme di capitali, come segnala il -25% messo a segno dalla Borsa di Shanghai, la peggiore del mondo del 2018. L’economia cinese sta già puntando sulla domanda domestica per accelerare i ritmi di crescita o evitare un rallentamento più marcato. Per questo, la settimana scorsa ha tagliato il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche di un totale di 100 punti base entro il 25 gennaio, con l’obiettivo di sostenere la liquidità interna di 116 miliardi di dollari, liberando altrettante risorse in favore del credito.

Il problema è dato dall’immensa montagna di debito, quasi del tutto privato, pari a oltre il 250% del pil. Sperare che le banche cinesi prestano ancora più denaro a imprese e famiglie per continuare a crescere equivale a un suicidio. Per questo, Pechino non può permettersi di ingaggiare una guerra commerciale con la superpotenza americana, che inevitabilmente la colpirebbe nel breve, senza la certezza che l’affievolimento delle esportazioni venga compensato da un irrobustimento dei consumi interni. Anzi, la prevedibile accelerazione dei deflussi finanziari finirebbe per indebolire ulteriormente il cambio e ciò impatterebbe negativamente sul potere di acquisto delle famiglie, mentre la Banca Popolare Cinese sarebbe prima o poi costretta ad alzare i tassi per evitare una crisi finanziaria, colpendo anche per questa via i consumi. In alternativa, dovrebbero essere introdotti nuovi controlli sui capitali, similmente all’estate del 2015, ma le cui conseguenze negative restano sotto gli occhi di tutti sul piano della fiducia dei mercati. Dunque, la Cina dovrà accettare al tavolo delle trattative condizioni meno clementi dal punto di vista degli accordi commerciali con gli USA, se non vorrà scatenare una guerra nel momento meno opportuno per la sua economia.