Conto corrente: quando giustificare i versamenti in contanti?

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28/02/2020

Sappiamo che il Fisco ha azionato il piano antievasione fiscale eseguendo dei controlli a tappeto su tutti i conti corrente, al fine di far emergere il contante in nero. Ecco perché è possibile che il contribuente debba spiegare la provenienza del contante versato con l’esibizione di una prova. Tutte le info.

Conto corrente: quando giustificare i versamenti in contanti?

Il conto corrente finisce inevitabilmente nella rete inquisitrice del Fisco. I versamenti di denaro contante potrebbero suscitare un alto grado di dubbio. Tanto, da poter indurre l’Agenzia delle Entrate nel richiedere al contribuente la provenienza del denaro versato sul conto corrente. Specie nei casi in cui l’Amministrazione Finanziaria, noti la presenza di somme discordanti seguendo la traccia delle dichiarazioni dei redditi da lavoro dipendente, professionista, e così via.

In sostanza, nell’ipotesi in cui l’Agenzia delle Entrate evidenzi un versamento eseguito sul conto corrente in contanti, inusuale e, non conforme a quanto dichiarato, avvia la procedura di accertamento chiedendo la provenienza del denaro al contribuente.

Conto corrente: quando scatta la verifica sul versamento in contanti

È bene chiarire che il versamento eseguito sul conto corrente bancario o postale, non è di per sé l’elemento chiave che avvia l’accertamento da parte del Fisco. Ma, concorre alla verifica qualora il reddito percepito dal contribuente discorda con il versamento. È normale che il correntista disoccupato che nelle dichiarazioni ISEE a un reddito sotto la soglia indicata per le prestazioni sociali, come ad esempio la richiesta di assegni alle famiglie, è più esposto alle verifiche in presenza di versamenti sproporzionati.


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Dall’altra parte c’è da dire che la verifica non scatta nei movimenti bancari che si riferiscono ai prelievi. In linea generale, un correntista “tipo” che percepisce ad esempio, uno stipendio pari a mille euro ed effettua un prelevamento di 600 euro, può successivamente eseguire un versamento sul proprio conto corrente di un importo per contanti pari a 100 euro, senza correre alcun rischio.

Il problema potrebbe nasce, qualora, il correntista percepisce un reddito annuo pari a mille euro e, esegue un versamento pari a 4 mila euro. L’istituto di credito che riceve il versamento non chiede spiegazioni al correntista della somma versata. Ma, potrebbe, in questo caso, scatterebbe l’allerta dell’Agenzia delle Entrate per una presunta violazione. Spetterà, poi al correntista dimostrare con prova che ad esempio, il versamento proviene da una donazione, regalo di matrimonio, laurea e così via.

Come può difendersi il contribuente?

Il contribuente deve esibire con prova che giustifichi il versamento eseguito in contanti. In altre parole il contribuente deve dimostrare che il denaro (oggetto d’indagini) versato sul conto corrente, abbia una provenienza certa, ossia lavoro dipendente, autonomo, donazione, regalo ecc.

Cosa significa esibire una prova?

Nel caso di verifica da parte dell’Agenzia delle Entrate è importante poter giustificare la presenza del versamento con un supporto di prova scritta (scritture private). Non sono ammesse le spiegazioni a fonte di giustifica. Ecco, perché ad esempio, se il versamento è dovuto a un regalo di matrimonio la normativa prevede che debba essere versato il giorno successivo all’evento.

Conto corrente: come giustificare i versamenti in contanti

Nel paragrafo precedente abbiamo chiarito che, i versamenti in contanti non rappresentano l’elemento scatenante da cui parte la verifica. Ma, sono le somme versate sul conto, il cui importo discorda dalla dichiarazione dei redditi, a far scattare l’allarme del Fisco. Ciò vuol dire che il versamento considerato come “regalo” ricevuto in denaro contanti, va giustificato, come una donazione che deve seguire una data certa, come appunto una scritta privata, (meglio se registrata all’Ufficio del Registro).


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Conto corrente: la data certa che giustifica il versamento

Nel contesto, quando parliamo di prova certa, facendo riferimento a una data certa certificata, come:

  • timbro postale;
  • invio email posta elettronica certificata (PEC);
  • fax, telegramma;
  • lettera trasmessa a mezzo posta: contente una scrittura privata con entrambi i dati dei soggetti coinvolti, importo e data. In questo caso è importante non aprire la lettera per non inficiare la prova. Infatti, con l’apertura della lettera si annulla la prova, in quanto, viene divisa la busta in cui viene affissa la data certa (indispensabile come prova), dal contenuto della lettera.

Cosa rischia il contribuente che non riesce a giustificare il versamento? In questo caso l’Agenzia delle Entrate potrebbe classificare il denaro come proveniente da reddito non dichiarato e, procedere alla tassazione. In sostanza, il contribuente che non riesce a giustificare con prova la provenienza del denaro versato, oppure, nel caso in cui la prova non venisse ritenuta valida dal Fisco, dovrà pagare la tassa con l’aggiunta delle sanzioni.

A titolo informativo, rammentiamo che il Fisco può eseguire gli accertamenti entro un lasso di tempo di 7 anni, quindi, è opportuno conservare le prove per la giusta durata di tempo.