Conto in banca a rischio? Prima del prelievo forzoso, occhio ai divieti sul contante

Da anni si parla di prelievo forzoso e di rischio patrimoniale a ogni fiammata dello spread. In realtà, l’ultima volta che il governo italiano ha messo le mani nel conto in banca dei risparmiatori fu nel 1992, quando venne imposta l’una tantum dello 0,6% alle giacenze risultanti alla data del 9 luglio di quell’anno. Altre […]

Da anni si parla di prelievo forzoso e di rischio patrimoniale a ogni fiammata dello spread. In realtà, l’ultima volta che il governo italiano ha messo le mani nel conto in banca dei risparmiatori fu nel 1992, quando venne imposta l’una tantum dello 0,6% alle giacenze risultanti alla data del 9 luglio di quell’anno. Altre forme di imposizioni patrimoniali sono state introdotte sin da allora, partendo dall’ICI, passando negli ultimi anni proprio per le varie stangate su risparmi e investimenti, come l’imposta di bollo sui conti correnti e deposito, sui conti titoli e la cosiddetta “Tobin tax”. In pratica, già oggi non esiste investimento, acquisto o possesso di beni materiali che non siano tassati dal fisco. Poiché, però, il debito pubblico continua a crescere, di soluzioni fantasiose e altre più drammaticamente concrete si parla di tanto in tanto, per fortuna sinora solo per riempire le cronache finanziarie dei giornali.

Attenzione, però, a pensare che il prelievo forzoso, qualora venisse mai imposto nel nostro Paese per la seconda volta, sarà una misura avulsa dal resto della legislazione economica nazionale. Se c’è un effetto collaterale ad esso legato, questo è la fuga di capitali che si avrebbe nel caso in cui i risparmiatori scoprissero come 26 anni fa di essere stati stangati a tradimento dal loro governo. Moltissimi deciderebbero probabilmente di spostare le giacenze all’estero, altri di prelevarle e tenersi liquidi. E se non fosse possibile? Non parliamo di controlli sui capitali in stile greco, in forma magari di limitazioni al ritiro di contante agli ATM o ai pagamenti con carte bancomat e di credito, quanto all’impossibilità pratica di fare a meno di un conto corrente acceso presso una banca italiana. Ciò avverrebbe nel caso in cui i pagamenti in contanti fossero quasi del tutto vietati.

Immaginate un mondo in cui non si possa pagare nemmeno un caffè al bar senza passare per un’operazione tracciabile, come carte di credito o bancomat e assegni. Se lo stato annunciasse all’improvviso di avere imposto un prelievo forzoso sui nostri conti correnti, cosa potremmo fare sul serio, se non inveire inutilmente contro il governo di turno? Se chiudessimo il conto corrente, portando all’estero i nostri risparmi, oppure ritirassimo tutto il denaro residuo depositato, non avremmo più la possibilità nemmeno di fare piccoli acquisti o, comunque, le nostre vite diverrebbero piuttosto complicate. E allora, i crescenti divieti all’uso del contante potrebbero celare qualcosa di più profondo che la semplice volontà del legislatore di lottare l’evasione fiscale. Che i governi, non solo in Italia, vogliano mettere le mani sulle migliaia di miliardi di risparmi depositati in banca senza che i loro titolari abbiano modo di ribellarsi con mezzi economicamente dolorosi?