Cosa sono i Cir, i BTp patrioti per risparmiatori italiani e contro la crisi del debito pubblico

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01/01/2020

Cosa sono i Cir, i BTp patrioti per risparmiatori italiani e contro la crisi del debito pubblico

Si chiamano Conti individuali di risparmio (Cir) e dall’anno prossimo saranno la novità dirompente per il mercato dei titoli di stato italiani da quasi 2.000 miliardi di euro. Il governo Conte li studia da mesi su proposta di Armando Siri, economista della Lega, già noto per essere artefice della versione originaria della “flat tax”. Si tratta di bond del Tesoro rivolti esclusivamente agli investitori individuali residenti, ossia alle famiglie italiane. Presentano una serie di indubbi vantaggi, anche se ad oggi non esiste ancora una codificazione normativa sulle condizioni legate alle loro emissioni, per cui parliamo sostanzialmente dei rumors. Per prima cosa, i rendimenti offerti (tassi cedolari e differenza positiva tra prezzo di rimborso alla scadenza e quello di acquisto all’emissione) verrebbero esentati fiscalmente, per cui non sarebbero tassati né al 12,50% oggi applicato sui titoli di stato, né al 26% sugli altri proventi di natura finanziaria.

Inoltre, fino a un massimo di 3.000 euro all’anno per ciascun investitore risulterà possibile detrarre l’Irpef al 23%, per cui si potrà risparmiare un’imposta fino a 690 euro. I Cir saranno anche impignorabili e insequestrabili e non sconteranno l’imposta di successione, purché vengano detenuti dal possessore per un periodo non inferiore ai 18 mesi. Inoltre, garantiranno un credito d’imposta fino al 3,5%, pari allo 0,5% per le detenzioni vincolate fino ai 12 mesi. Altro aspetto da non sottovalutare: le commissioni bancarie saranno limitate a un massimo dello 0,15%.

Insomma, lo stato desidera offrire le condizioni migliori possibili per spingere le famiglie ad acquistare nuove quote del suo debito. Le emissioni di Cir saranno nell’ordine dei 15 miliardi di euro all’anno per i prossimi tre anni, rendendo gli importi limitati, se si considera che ogni anno il Tesoro deve rifinanziarsi sui mercati a una media di quasi 400 miliardi di euro. Ad ogni modo, sarebbe solo il primo passo per combattere lo spread, facendo sì che una percentuale quanto più bassa possibile di BTp resti in mano agli investitori stranieri, i quali oggi posseggono circa un terzo del nostro debito, una ventina di punti percentuali in meno rispetto al 2010, anno prima della crisi del debito sovrano sui mercati.


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Le famiglie italiane oggi figurano tra i creditori marginali del nostro debito con in mano il 6% del totale, meno della metà del periodo antecedente al varo del “quantitative easing” della BCE, che azzerando i rendimenti dei bond nell’Eurozona ha disincentivato gli acquisti tra i piccoli investitori, spingendoli nei portafogli di quelli istituzionali. Se l’obiettivo fosse davvero la riduzione a livelli ininfluenti delle quote di debito in mano agli investitori stranieri, bisognerebbe osare di più con i Cir, visto che al ritmo di 15 miliardi di emissioni annue, servirebbero più di tre decenni per quasi azzerare il peso della finanza straniera, sempre che le famiglie non optino per scaricare i vecchi BTp per comprare quelli della versione “patriota”, con esito netto nullo per lo stato.

Se il governo limita i suoi obiettivi per il momento sarebbe essenzialmente per due ragioni: serve tempo per convincere le famiglie italiane a tornare a investire nel debito nazionale; se i mercati avvertissero che lo stato punti a escludere la finanza straniera dalle proprie emissioni, potrebbero arrivare a convincersi del rischio che per loro si prepari una qualche forma di rinegoziazione dei bond in possesso e lo spread, anziché scendere, esploderebbe ulteriormente. Questione di anni, ma sembra che il percorso di “italianizzazione” del nostro debito, iniziato con la crisi sui mercati del 2011, sia solo destinato ad accentuarsi. Solo che sinora il debito se l’erano accollato le banche, adesso sembra arrivato il turno delle famiglie.