Davvero l’Italia con questo spread rischia di uscire dall’euro?

Oggi è stata un’altra giornata no per i nostri BTp. In apertura di seduta, lo spread BTp-Bund sul tratto a 10 anni è esploso per pochi attimi fino a un massimo di 323 punti base, salvo successivamente scendere intorno a 310. Poco importa, perché ormai i rendimenti decennali dei titoli del Tesoro offrono il 3,6% […]

Oggi è stata un’altra giornata no per i nostri BTp. In apertura di seduta, lo spread BTp-Bund sul tratto a 10 anni è esploso per pochi attimi fino a un massimo di 323 punti base, salvo successivamente scendere intorno a 310. Poco importa, perché ormai i rendimenti decennali dei titoli del Tesoro offrono il 3,6% da ormai svariate sedute, oltre il doppio di quelli spagnoli, con lo spread ad essersi allargato stabilmente a 200 punti con Madrid, toccando il massimo storico in era euro. Anche i cds (“credit default swaps”), i titoli che assicurano contro il rischio default, segnalano burrasca. Coprirsi per 5 anni su un investimento in BTp da 10 milioni di euro costa adesso sui 270.000 euro, quando per i Bund ne basterebbero meno di 11.000.

All’infuori della Grecia, nessun altro stato presenta rischi percepiti così alti nell’Eurozona e nemmeno nel resto delle altre economie avanzate. Viene da chiedersi legittimamente se gli investitori stiano scontando realmente il default dell’Italia o la sua uscita dall’euro. Per rispondere a questa domanda, bisogna considerare un dato: contrariamente a quanto era sinora accaduto sin dall’esplosione delle crisi dei debiti sovrani, nell’area non stiamo assistendo ad alcun contagio sul fronte dello spread. I Bonos della Spagna, così come i titoli del Portogallo si mostrano stabili e quasi impermeabili agli shock arrivati da Roma negli ultimi mesi.

Cosa significa? Se i mercati scontassero l’uscita dall’euro, non potremmo immaginare che i bond degli altri stati dell’unione monetaria rimangano così immobili. Lo stesso, a dire il vero, se si fiutasse il reale pericolo di un default sovrano del nostro Paese. Che l’Italia fallisca o tornasse alla lira non sarebbe un problema soltanto nostro, essendo noi la terza economia dell’Eurozona e valendo il nostro pil 10 volte quello della Grecia. Se accadde il finimondo negli anni delle tensioni su Atene, perché adesso Roma non sta trascinando il resto della periferia nel baratro?

Sembra che il “quantitative easing”, il piano di acquisti con cui la BCE continuerà fino a dicembre ad acquistare titoli di stato dell’area, abbia creato una sorta di cordone di sicurezza attorno ai vari mercati nazionali del debito. Tuttavia, la relativa calma appare inspiegabile, anche perché il QE sta per giungere al termine e il sostegno di Francoforte alle emissioni di nuovo debito degli stati sarà contenuto in fase di reinvestimento dei proventi. Ecco, dunque, che l’unica spiegazione plausibile sembra un’altra, cioè che il mercato non starebbe scontando alcun rischio di uscita dall’euro e/o di default dell’Italia, quanto le tensioni in auge da mesi tra Italia e Commissione europea.

In che senso, se esse non sembrano portare a rischi concreti? I mercati si muovono nel breve non solo sulla base dei fondamentali, quanto per spinte speculative e sugli umori di chi investe. L’Italia è percepita al momento la pecora nera d’Europa sul suo scontro con i commissari sulle regole di bilancio. La diatriba da un lato tiene in disparte quanti pure sarebbero allettati tra fondi, banche e assicurazioni a buttarsi sui nostri BTp, dall’altro crea l’humus adatto per monetizzare i guadagni di quanti hanno acquistato titoli del nostro debito negli anni passati a prezzi più bassi. Se non ora, quando vendere? In fondo, il rialzo atteso dei tassi nell’Eurozona avrebbe ugualmente provocato il “sell-off” sui BTp, così come sugli altri bond nell’area. Solamente che la nascita del governo giallo-verde ha anticipato i tempi, sebbene un destino simile attenda presto anche Spagna e Portogallo per primi e non sulla base della sfiducia, quanto per la riconduzione delle valutazioni ai fondamentali.

I titoli di stato denominati in euro sono stati prezzati con il QE troppo alti e l’Italia ha offerto per prima il pretesto per porre fine alla bolla, cosa che gradualmente avverrà nel resto dell’Eurozona con l’uscita graduale della BCE dagli stimoli monetari. Del resto, non pensiamo che il Bund a 10 anni possa continuare a offrire ancora a lungo lo 0,4-0,5%, a fronte di un’inflazione in Germania intorno o sopra il 2%. I BTp stanno facendo da apripista violento per un percorso che prima o poi toccherà compiere a tutti. E forse, al netto di tutto il resto, buona parte dello spread con Madrid e Lisbona si sgonfierà da solo.