Elezione 4 marzo 2018: il programma di +Europa

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16/02/2018

Elezione politiche il 4 marzo, il programma completo di + Europa

Elezione 4 marzo 2018: il programma di +Europa

Elezione politiche il 4 marzo: molta la confuzione generata per queste elezioni, per sapere di più su chi votare e cosa votare, faremo degli articoli mirati sui programma dei vari partiti. Oggi vi proponiamo il programma di + Europa.

Introduzione

Per affrontare le grandi questioni del nostro tempo occorrono risposte più ampie che può dare solo un’Italia più europea in un’Europa unita e democratica. Un’Europa per il benessere e contro la povertà, per le libertà fondamentali e contro ogni forma di discriminazione, per l’accoglienza e l’integrazione con regole certe e contro l’indifferenza, per la sicurezza e contro il terrorismo. Un’Europa votata alla innovazione tecnologica e alla ricerca scientifica, alla valorizzazione del patrimonio storico e ambientale, alla tutela della concorrenza in un mercato aperto e alla creazione
di opportunità di lavoro.

Vogliamo farlo a partire dall’Italia, abbattendo i muri reali o immaginari eretti dai nazionalismi, dall’odio e dal populismo e dobbiamo farlo perché la Storia ha dimostrato dove questi portano: indietro, mai avanti. È tempo di dire che per guardare al futuro dell’Italia non serve meno Europa. Anzi. Per avere – anche in Italia – più crescita, più diritti, più democrazia, più libertà, più opportunità, più sicurezza, più rispetto dell’ambiente, serve +Europa.

Europa: una federazione leggera verso gli Stati Uniti d’Europa

L’Europa che vogliamo non è un “superstato europeo”, bensì una federazione leggera. Come è stato già fatto con la moneta, si tratta di spostare al centro federale funzioni di governo oggi svolte dagli Stati membri – e le relative risorse per svolgerle: redistribuzione sociale e regionale, ricerca scientifica, reti trans-europee, controllo delle frontiere, diplomazia (inclusi aiuti allo sviluppo e aiuti umanitari), difesa.


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Difesa europea

Che si punti o meno agli Stati Uniti d’Europa, le aree o funzioni di governo candidate a una maggiore integrazione sono quelle appena viste a proposito della federazione leggera. Così, in un discorso alla Sorbona il 26 settembre del 2017, lo stesso Macron ha proposto la creazione di una polizia di frontiera europea. Ha affermato che “all’inizio del prossimo decennio, l’Europa dovrà dotarsi d’una forza comune d’intervento, di un bilancio della difesa e di una dottrina militare
comune per agire”.

Governance economica dell’eurozona

È tempo di superare la stucchevole polemica anti-europea sull’austerità. L’economia europea è in forte espansione e l’Italia partecipa al processo, il mercato del lavoro migliora così come la dinamica salariale. In questo quadro, l’Italia si potrà sedere al tavolo franco-tedesco come pari tra i pari se cesserà di chiedere flessibilità per questa o quella categoria di spesa pubblica e saprà mostrare programmi di politica economica che garantiscano tre cose: la riduzione del debito
pubblico in rapporto al PIL, il rafforzamento della qualità dei bilanci bancari, riducendo i rischi (NPL e portafoglio di titoli sovrani), politiche mirate per il rilancio della produttività, che ristagna dall’inizio di questo secolo. Senza crescita della produttività non c’è spazio per aumenti sostenibili dei salari, dunque la domanda cresce poco e la sostenibilità del debito pubblico resta sempre in bilico.

Stato, democrazia e autonomia municipale

Sebbene il 4 dicembre del 2016 i cittadini italiani abbiano respinto le modifiche alla Costituzione proposte dal Parlamento, i problemi ai quali la riforma tentava di offrire una soluzione sono ancora tutti lì, ed affrontarli tornerà ad essere una priorità strategica della prossima legislatura, nell’ottica di un ammodernamento e di un efficientamento delle istituzioni.

Debito e spesa pubblica

Il debito pubblico italiano, stabilizzatosi negli ultimi anni intorno al 132% del prodotto interno lordo, è diventato una zavorra insostenibile per l’economia del paese. La spesa per interessi, pari a 66 miliardi nel 2016 (circa l’8% del totale delle spese), è un macigno nel bilancio dello Stato che determina uno spiazzamento delle risorse nell’economia. Inoltre, l’elevato stock di debito rappresenta una minaccia per la stabilità dell’intera area dell’euro e uno dei principali ostacoli al processo di integrazione delle politiche di bilancio a livello europeo.


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Tasse

Uno dei fattori di mancanza di competitività dell’economia italiana è l’eccessivo peso tributario sui redditi di persone e aziende, significativamente più elevato rispetto a quello di altri paesi comparabili. Il fisco italiano oggi prevede da un lato aliquote impositive mediamente elevate, dall’altro una pletora di esenzioni e rendite spesso prive di una giustificazione organica. È per questi motivi che la nostra proposta di riforma della finanza pubblica si realizza in due fasi inscindibili tra loro: dopo aver messo i conti in sicurezza e riportato il debito pubblico su un sentiero di discesa mediante la proposta di congelamento della spesa, proponiamo da metà legislatura un consistente taglio delle imposte sui redditi, nonché una semplificazione complessiva del sistema di imposizione tributaria.

Ricerca

Vogliamo difendere e promuovere il “diritto alla scienza” e la massima diffusione del metodo scientifico, sia come valore culturale che come principio che informa il processo legislativo. I finanziamenti alla ricerca, da incrementare, devono essere accompagnati da regole che proteggano e promuovano la libertà di ricerca scientifica. Sono necessarie forme di investimento continuativo nel tempo, procedure di assegnazioni trasparenti, aperte e competitive così da
preparare i ricercatori italiani a competere al meglio anche nei bandi europei e internazionali.

Scuola e università

I giovani italiani di età compresa fra i 16 e i 24 anni sono certamente molto più preparati dei loro padri o nonni, ma restano tuttora meno competenti dei loro coetanei tedeschi o francesi. Abbiamo meno laureati rispetto alla media europea, mentre gli abbandoni precoci sono ancora troppi. L’inversione di questa tendenza è una delle chiavi decisive per arrestare il declino italiano.

Infrazioni zero

Negli ultimi anni, i governi italiani si sono dimostrati molto più attenti al rispetto della normativa europea, riducendo in modo significativo le procedure di infrazione. Ne restano però ancora molte (oltre 60 secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili). Alcune procedure riguardano il mancato recepimento di normative importanti, come il regolamento sull’iniziativa dei cittadini, o varie direttive in materia ambientale. Altre invece, riguardano il mancato recupero di aiuti di Stato e sono particolarmente gravose, come sottolineato recentemente dalla Corte dei Conti.

Commercio internazionale

Seppure conosciamo perfettamente gli effetti negativi del protezionismo commerciale sul benessere e sulla prosperità delle nazioni, l’idea che sia necessaria una maggiore chiusura delle frontiere alla libera circolazione dei capitali e delle merci, oltre che delle persone, è sempre più popolare. Per l’Italia, un paese tradizionalmente orientato verso l’export, quella protezionista sarebbe una prospettiva catastrofica.

Mercato e concorrenza

L’Europa e il suo Mercato Comune, la libertà di circolazione al suo interno di persone, capitali, beni e servizi sono la dimostrazione migliore degli effetti virtuosi della concorrenza per la generazione di ricchezza e opportunità. I settori ancora non sufficientemente aperti alla concorrenza, dai trasporti all’energia, dai servizi pubblici locali alle professioni, vanno progressivamente liberalizzati.

Impresa e sviluppo

Nel lungo periodo il benessere e la qualità della vita del nostro paese saranno dipendenti dalla capacità delle imprese di restare al passo con lo sviluppo tecnologico del pianeta, mantenendo i punti di forza che hanno finora contraddistinto il sistema Italia (a partire dalla capacità di produrre “qualità”), nel quadro di un modello di sviluppo sostenibile sotto il profilo ambientale. L’innovazione tecnologica è alla base della crescita della produttività del lavoro, dal momento che permette di creare e produrre, a parità di input, un maggiore output, o di aumentarne la qualità. In particolare
oggi, con l’inizio della così detta “quarta rivoluzione industriale” caratterizzata dalla sempre più pervasiva digitalizzazione dei sistemi produttivi, l’Italia rischia di rimanere indietro, e occupare posizioni sempre più basse nella catena del valore.

Agricoltura

Il sistema agricolo italiano è caratterizzato da una bassa redditività delle imprese frutto di una eccessiva frammentazione fondiaria e di una scarsa aggregazione dell’offerta, e di un utilizzo delle risorse della Politica Agricola Comune finalizzato prevalentemente a sostenere lo status quo piuttosto che a superare le cause profonde di queste inefficienze. È necessario adottare misure che favoriscano l’accorpamento fondiario e riformulare il sistema di erogazione degli aiuti diretti della Politica Agricola Comune secondo criteri che incentivino la piccola impresa agricola a cercare forme innovative di aggregazione dell’offerta.

Ambiente ed energia

È indispensabile un salto di qualità delle politiche ambientali, con l’obiettivo di costruire un nuovo modello di sviluppo sostenibile nel lungo periodo, rispettoso dell’ambiente e idoneo ad assicurare una migliore qualità della vita. Occorre un nuovo approccio che assuma la sostenibilità ambientale come stella polare nella formazione di tutte le decisioni. I più urgenti obiettivi ambientali sono la riduzione delle emissioni-serra, responsabili dei cambiamenti climatici in atto, e la riduzione dell’inquinamento dell’aria, il quale soprattutto nei centri urbani (e in val Padana) è responsabile di
costi umani e sanitari enormi. Il report The Lancet Commission on pollution and health dedicato agli effetti dell’inquinamento sulla salute umana, ha evidenziato come inquinamento e povertà siano strettamente legati: l’obiettivo della riduzione di inquinamento ed emissioni non è in contrasto quindi con lo sviluppo, la crescita economica e l’innovazione tecnologica.

Mezzogiorno

La questione meridionale resta ancora, a distanza di un secolo e mezzo dall’unità d’Italia, il nodo principale dell’economia nazionale. L’elemento saliente dello scenario meridionale è costituito dalla estrema rarefazione del tessuto produttivo: il tessuto di imprese presenti risulta tuttora assai limitato, e di conseguenza i posti di lavoro esistenti sono del tutto insufficienti, il tasso di disoccupazione elevatissimo, la tendenza a emigrare strutturale. Negli ultimi lustri il nodo del meridione è stato completamente rimosso dalla politica nazionale, aggravando la sensazione di
abbandono e residualità diffusa in tali regioni.

Giustizia

L’inefficienza della giustizia civile è un freno allo sviluppo e alla crescita del paese. Quasi 5 milioni di procedimenti pendenti, una durata media (952 giorni in primo grado e di 3127 giorni per arrivare in Cassazione) doppia rispetto alla media mondiale e tripla rispetto a quella di paesi come Francia e Germania, la fiducia dei cittadini al 29% (contro una media Ocse del 54%) e un costo dei ritardi stimato in 16 miliardi l’anno: un punto di Pil. L’inaffidabilità della giustizia italiana scoraggia gli investimenti esteri e limita la competitività del sistema economico senza contare il danno arrecato
all’erario dai risarcimenti. Inoltre la lunghezza e l’incertezza dei processi favoriscono un utilizzo opportunistico del sistema giudiziario: lunghezza e incertezza del processo ne favoriscono l’abuso, ma l’abuso del processo ne esaspera lunghezza e incertezza. È necessario spezzare questo circolo vizioso con misure che aumentino l’efficienza degli uffici giudiziari: in prospettiva una giustizia più rapida, giusta ed efficiente contribuirebbe a scoraggiare il ricorso strumentale al processo, cosa che alleggerirebbe a sua volta il carico di lavoro dei magistrati, oggi elevatissimo.

Diritti civili e libertà individuali

Crediamo nella valorizzazione della libertà e della responsabilità della persona in tutte le fasi che vanno dall’inizio alla fine della vita. Pensiamo che su questi temi l’ancoraggio europeo dell’Italia e la tutela della Corte europea dei diritti umani (Cedu) garantiscano la centralità della persona e dei suoi diritti all’interno dell’ordinamento giuridico nazionale.

Previdenza

Il sistema previdenziale è il principale contratto sociale tra le generazioni. La sua insostenibilità finanziaria e la sua iniquità non ha solo comportato l’aumento del peso delle pensioni sul PIL e sul complesso della spesa sociale, ma ha rappresentato negli ultimi decenni la principale ragione di  debolezza del nostro sistema di welfare. La riforma Fornero ha garantito la sostenibilità del nostro sistema previdenziale, ma ne ha ridotto solo parzialmente le iniquità generazionali legate a scelte passate – in materia di età pensionabile e di remunerazione dei contributi versati – in larga misura non reversibili. Nondimeno, questa che rappresenta la vera e principale emergenza del nostro
sistema previdenziale è del tutto elusa nel nostro dibattito pubblico.

Povertà

L’obiettivo centrale della riforma del welfare deve essere quello di sconfiggere la povertà giovanile. Secondo il rapporto Caritas 2017, il rischio di povertà riguarda circa 2 milioni di persone tra i 16 e i 24 anni, ovvero il 33,7% dei giovani italiani: una percentuale del 6,4% più alta rispetto alla media Europea. Il tasso di disoccupazione è circa il doppio della media europea. Ancora più significativo è che egli ultimi 20 anni la ricchezza delle famiglie con capofamiglia fino a 34 anni si è dimezzata, mentre quella delle famiglie in cui il capofamiglia ha almeno 65 anni è cresciuta del 60%.
Nonostante questo, solo il 37% della spesa non previdenziale è destinato agli under 40.

Occorre rivedere il nostro welfare e aumentare questa percentuale almeno fino alla media europea, con interventi mirati e miglioramento dei servizi, soprattutto a favore delle donne e delle famiglie giovani.

Immigrazione

Sosteniamo con forza un’idea di società plurale e aperta, dove la libertà di movimento – delle persone, dei capitali e delle merci – sia considerato il principale motore di sviluppo sociale e culturale oltre che economico. Per questo crediamo che l’attuale legislazione italiana in materia di immigrazione vada radicalmente modificata perché impedisce l’integrazione degli stranieri nella società e nel mercato del lavoro, generando irregolarità, lavoro nero, emarginazione sociale e
insicurezza per tutti. Con la chiusura dei confini degli altri paesi europei, l’Italia è passata dall’essere paese di transito a paese di arrivo. Per ottenere un sistema di integrazione efficace che riesca a inserire gli stranieri nel mercato del lavoro riteniamo fondamentale a livello nazionale il superamento della legge Bossi-Fini.

Per consultare il programma completo: +europa_programma