Finti problemi psichici ed il lavoratore rischia il posto, la vicenda

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20/10/2018

Un lavoratore finge attacchi di ansia e problemi psichici, ma viene scoperto e licenziato. Ecco la vicenda nel dettaglio

Finti problemi psichici ed il lavoratore rischia il posto, la vicenda

Nel mondo del lavoro non esistono solo datori di lavoro che abusano del loro potere, ma anche di lavoratori che approfittano delle tutele sul lavoro per fare i propri comodi. Pensiamo a come, ad esempio, vengono realmente utilizzate le assenze di malattia. Oppure, l’assenteismo. Ma il caso del lavoratore che andremo a trattare ha dell’astuzia che non è da tutti.
Attenzione, dalla Corte di cassazione arriva però una pronuncia idonea a fungere da monito per tutti coloro che vogliono provare a ricorrere a tale espediente. Stiamo parlando della sentenza numero 25851/2018 che ha confermato in modo definitivo come il licenziamento di un uomo che era stato cacciato dal lavoro per essersi assentato per malattia lamentando uno stato patologico in realtà insussistente sia legittima a tutti gli effetti.

Cos’è successo?man-2822206_960_720

Entrando nel dettaglio, più precisamente, nel caso di specie, il lavoratore, dopo esser riuscito a farsi spostare presso un’altra sede lavorativa, aveva inviato un certificato al proprio datore di lavoro, in cui sosteneva di soffrire, presentandola come malattia, di disturbi di ansia e disagio psichico, ritenendo che tali problematiche che l’uomo subiva derivassero dal mutamento di mansioni effettuate dal datore di lavoro stesso.
Nel corso del giudizio, non solo è stato escluso una causa del genere, senza parlare della brevissima durata di cambio delle mansioni tanto che rende la causa meno credibile, era anche stata ritenuta proporzionata la sanzione espulsiva in ragione dei dubbi attinenti all’effettivo stato patologico del lavoratore. Il lavoratore, infatti, era legato al medico che gli aveva certificato la malattia da un legame di amicizia e, peraltro, mentre fingeva di stare male nei confronti del datore di lavoro, aveva lavorato presso l’azienda agricola della madre.
Così, anche per la Corte di cassazione si tratta di un comportamento contrastante con gli obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, rispetto al quale la sanzione espulsiva risulta proporzionata.


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