Il crollo delle quotazioni del petrolio migliora le prospettive dell’Italia giallo-verde

Non è servito il taglio della produzione deciso dall’ultimo vertice OPEC di inizio dicembre per 1,2 milioni di barili al giorno, seppure dipendente dal coinvolgimento della Russia, che dell’organizzazione non fa parte. Le quotazioni del petrolio ripiegavano oggi di oltre il 4% a meno di 58 dollari, ai minimi dall’ottobre dello scorso anno, crollando di […]

Non è servito il taglio della produzione deciso dall’ultimo vertice OPEC di inizio dicembre per 1,2 milioni di barili al giorno, seppure dipendente dal coinvolgimento della Russia, che dell’organizzazione non fa parte. Le quotazioni del petrolio ripiegavano oggi di oltre il 4% a meno di 58 dollari, ai minimi dall’ottobre dello scorso anno, crollando di circa un terzo dal 3 ottobre scorso, quando avevano raggiunto l’apice di oltre 86 dollari, ai massimi da 4 anni. Per le economie importatrici come l’Italia, senz’altro una buona notizia. Il costo del barile influisce sui prezzi, determinando i livelli d’inflazione. Basterebbe guardare al grafico delle quotazioni e a quello dei tassi d’inflazione in Italia e presso le altre economie dell’area per capire che, al netto delle variazioni del cambio euro-dollaro, un’accelerazione delle prime surriscalda nel complesso i prezzi, facendo perdere potere di acquisto alle famiglie.

Le migliori prospettive per l’Italia giallo-verde

In appena un paio di mesi, si è passati dal prevedere quotazioni verso i 100 dollari a dovere tagliare la produzione per la seconda volta in un biennio, temendo un crollo stabile sotto i 60 dollari. Tenuto conto che il greggio si compra sui mercati internazionali in dollari e che il cambio contro l’euro è rimasto praticamente invariato da ottobre ad oggi (-1,5%), quel circa -33% accusato dalle quotazioni coincide quasi del tutto con il calo accusato dai prezzi del carburante, dell’energia, etc. Quando il barile costa meno, infatti, non è solo l’automobilista a beneficiarne pagando meno la benzina alla pompa, ma il consumatore in generale, visto che sulle merci trasportate su gomma gravano minori oneri.

Per capire il beneficio a cui potranno attingere i consumatori italiani, se le quotazioni del petrolio restassero ai livelli attuali, bisogna considerare che giornalmente l’Italia importa e consuma 2,2 milioni di barili. In un anno, fanno sugli 800 milioni di barili, che rispetto ai prezzi di poco più di due mesi fa ci costerebbero circa 20 miliardi di dollari in meno nell’arco di 12 mesi. Al cambio di 1,14, sono 17,5 miliardi di euro, l’1% del pil; soldi in più nelle tasche dei consumatori, nel caso in cui i minori costi fossero interamente trasferiti sui prezzi finali. Poiché gli italiani consumano mediamente quasi il 60% del pil, mantenendo la stessa percentuale si avrebbero a disposizione oltre 10 miliardi da spendere, un impulso positivo per l’economia italiana, in grado di contrastare le eventuali spinte recessive, che hanno iniziato a materializzarsi nel terzo trimestre, quando il pil si è contratto dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

Quotazioni petrolio giù, benefici per l’economia italiana

Suddividendo i risparmi massimi potenziali per il numero degli abitanti, otteniamo maggiore denaro pro-capite in tasca per 290 euro, qualcosa come quasi 1.000 euro per ciascuna famiglia-tipo o anche 80 euro al mese, lo stesso importo del bonus Renzi. Non è detto che tutto vada così, perché le quotazioni potrebbero risalire più di quanto non si rafforzi il cambio euro-dollaro, finendo per sciupare i guadagni di questi due mesi spuntati dal consumatore. Vero è, poi, che il raffronto che abbiamo effettuato è tra i livelli odierni e quelli massimi di inizi ottobre, ma considerando che allora le previsioni fossero per almeno una tenuta dei prezzi a quei livelli, possiamo almeno dirci che l’avremmo scampata bella e che le prospettive per la nostra economia sarebbero divenute più positive su questo fronte.

Per non parlare del fatto che il tracollo delle quotazioni stia creando le condizioni per un mantenimento espansivo della politica monetaria della BCE, nonostante l’annuncio dell’uscita dal “quantitative easing” della settimana scorsa. Tassi bassi più a lungo, supportati da aspettative d’inflazione meno calde, stimolano consumi e investimenti e tengono debole il cambio dell’euro, sostenendo così anche le nostre esportazioni. Un mix positivo per la nostra economia, che dovrebbe amplificare, nel caso in cui reggesse, l’effetto benefico dei risparmi dei costi per i consumatori.