Il petrolio crolla del 4% e trascina in basso i rendimenti USA, cosa succede?

Tonfo per le quotazioni del petrolio, che nella tarda serata odierna arretrano del 4% per il Brent a 76,57 dollari e del 4,3% per il Wti americano a 66,39 dollari, ai minimi dalla fine di agosto. E così, in meno di tre settimane perdono quasi l’11%, quando all’inizio del mese sembravano destinate a puntare verso i 100 dollari. Cos’è successo e quali ripercussioni sta avendo già il crollo di queste ultime sedute? Il greggio era rincarato sui timori del mercato per il calo delle esportazioni dell’Iran, colpite dalle sanzioni USA, ripristinate dall’amministrazione Trump a partire da novembre dopo che erano state sospese dall’inizio del 2016. Teheran potrebbe vedersi costretta così a tagliare la produzione di 1 milione di barili al giorno, mentre quella del Venezuela risulta già scesa ai minimi dalla fine degli anni Ottanta sul tracollo economico del paese. In più, Libia e Nigeria vanno verso elezioni politiche e presidenziali tese tese e controverse, con possibili contraccolpi sulle rispettive estrazioni nazionali.

Tuttavia, l’Arabia Saudita è tornata oggi a rassicurare il pianeta sul fatto che non cercherà di vendicarsi contro le economie importatrici, che negli ultimi giorni stanno accrescendo la pressione su Riad sul caso del giornalista saudita Jamal Khashoggi, assassinato dentro il consolato a Istanbul da alti funzionari vicini alla Corona. Il ministro del Petrolio, Khalid al-Falih, ha negato la volontà di reagire a tali richieste di chiarimento con un taglio della produzione, come pure era stato ufficiosamente minacciato nei giorni scorsi. Anzi, il regno sta contribuendo a calmierare le quotazioni, avendo innalzato le estrazioni giornaliere al record di 10,7 milioni di barili.

Non è un caso che i rendimenti decennali americani siano precipitati oggi di 6 punti base al 3,14%, allontanandosi dall’apice del 3,25% toccato il 5 ottobre scorso. Queste date non sono coincidenze rispetto ai movimenti del barile. Il caro-petrolio, infatti, surriscalda le aspettative d’inflazione e spinge gli investitori a richiedere rendimenti più alti sui titoli obbligazionari, siano essi pubblici che privati. Con il venir meno delle preoccupazioni sull’oro nero, invece, i rendimenti americani si sono un po’ sgonfiati, pur rimanendo sopra il 3% e ai massimi da 7 anni a questa parte. Anche il dollaro si è di conseguenza un po’ indebolito oggi contro le altre valute. Nemmeno questo è un caso. Alti rendimenti americani attirano flussi di capitali dall’estero e sostengono il biglietto verde sulla prospettiva che la Federal Reserve si trovi costretta a reagire alla maggiore inflazione attesa con tassi USA più alti.

Intendiamoci, il quadro non è mutato significativamente nelle ultime settimane. Così come il rincaro del petrolio sopra 80 dollari era stato dovuto a situazioni contingenti, anche il tonfo delle ultime sedute è legato più al venir meno dei timori prevalenti in questa fase, anche se la stessa OPEC e l’Agenzia internazionale per l’energia hanno rivisto al ribasso le stime sulla domanda mondiale per quest’anno e il prossimo, per cui sussisterebbero anche ragioni più strutturali per intravedere quotazioni in ripiegamento rispetto ai massimi toccati nelle settimane scorse. Ad ogni modo, questo sarebbe lo scenario più gradito dalle grandi banche centrali, che dopo anni di accomodamento monetario estremo non se la sentono del tutto di normalizzare la loro politica sui tassi, sebbene senza appigli formali non possano farne a meno.

E così, se la Fed approfitterebbe di quotazioni petrolifere più deboli per rallentare il ritmo della stretta in corso, la BCE arriverebbe a rinviare la fine del “quantitative easing” nel caso più estremo e quanto meno allontanerebbe il primo rialzo dei tassi dal 2011 di diversi mesi, mutando il linguaggio in senso più “dovish” dai prossimi board, a partire probabilmente da quello di dicembre. Bisogna vedere se prevarrebbe più l’indebolimento del dollaro o quello dell’euro con riferimento al cambio tra le due valute. Difficile, però, che la moneta unica arretri più di quanto abbia fatto negli ultimi mesi, mentre probabile che a venir meno sarebbero le aspettative “hawkish” sui tassi per il prossimo biennio, a tutto discapito del super dollaro.

Il petrolio crolla del 4% e trascina in basso i rendimenti USA, cosa succede? ultima modifica: 2018-10-23T20:42:53+00:00 da Redazione Economia