Lavoro: un dipendente può essere licenziato anche se malato grave?

Molto spesso si fanno sacrifici enormi pur di andare a lavoro. Quante volte avremmo potuto restare a casa più del dovuto ma siamo andati sul posto di lavoro lo stesso, per paura di essere licenziati? Tantissime volte. Eppure, una cosa del genere non dovrebbe proprio accadere. Anzi, il datore di lavoro dovrebbe essere il primo ad occuparsi della salute dei suoi dipendenti e poi guardare al profitto. Eppure, però ci sono casi in cui il datore di lavoro licenzi il proprio dipendente anche se gravemente malato. Questo accade quando le assenze del lavoratore dovessero superare un limite di giorni prestabilito dal contratto collettivo, ovvero il comporto. Prima del superamento del periodo di comporto il datore di lavoro non può licenziare un lavoratore gravemente malato, neanche se già sa in anticipo che la malattia durerà ancora a lungo: deve comunque attendere la scadenza del termine fissato dal ccnl. Una sentenza della Cassazione, però, ritiene possibile il licenziamento anche prima del della scadenza del comporto.

L’esempio

Prendiamo per esempio un lavoratore che, purtroppo, rimane vivo per miracolo in un incidente. Naturalmente, avrà bisogno di molti mesi prima di riprendersi e di diversi interventi chirurgici. Il datore di lavoro lo sa e lo incontra e capisce che non ci vorrà meno di un anno per tornare a camminare e riprendere l’uso delle proprie capacità fisiche. Passa un mese e la situazione non è cambiata, gli arriva la lettera di licenziamento nonostante il comporto non sia stato ancora consumato. E’ in questa situazione che può decidere di impugnare il licenziamento, definendolo discriminatorio solo perché malato gravemente.

Cosa dice la legge?

La legge consente di licenziare un dipendente ancora in malattia e prima ancora che sia scaduto il comporto solo per giustificato motivo oggettivo, cioè per motivazioni economiche attinenti  all’organizzazione e alla produzione. Esempio: se l’azienda può provvedere alla soppressione del ramo d’azienda cui è addetto il malato o quando sussistono delle grosse perdite economiche. Il lavoratore che viene licenziato può sempre impugnarlo nel termine di 60 giorni dalla comunicazione e, nei successivi 180 giorni, presentare il ricorso in tribunale. In quella sede spetterà al datore di lavoro dimostrare che la propria scelta non è stata dettata da motivi discriminatori ma da effettive esigenze aziendali. Se poi si vuole che il giudice passi dalla parte del dipendente serve la prova di una relazione tra la malattia e l’intento discriminatorio del datore nei confronti del lavoratore “inutile” perché assente.

Ricapitolando

Se il datore attende il compimento del comporto, potrà licenziare il suo dipendente di lavoro e non dovrà dimostrare altro perché gli basterà far leva sul calcolo dei giorni di assenza; mentre invece, nel caso del licenziamento per motivazioni economiche, in caso di contestazione bisogna essere pronti a provare l’effettività delle ragioni dell’azienda poste a base del recesso.

Katia Russo

Sono Katia, ho 21 anni e sono una studentessa di Lettere Moderne. Fin da piccola la scrittura e la lettura mi hanno sempre affascinato, e crescendo, ho iniziato ad interessarmi di cinema e di arte. Sono una grande curiosona e mi piace trasmettere qualsiasi informazione utile.