Pensione frutto di contributi e non di assistenzialismo

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23/01/2020

In Italia non c’è libertà di scelta sulla pensione. Forse qualcosa andrebbe cambiato per rendere le persone più serene fino all’età pensionabile.

Pensione frutto di contributi e non di assistenzialismo

Come scrivevo anche qualche giorno fa in un altro articolo trovo ingiusto che in Italia non si possa scegliere quando andare in pensione. In molti, infatti, a causa delle condizioni di salute ma a volte anche a causa di lavori usuranti dal punto di vista piscologico (mi scriveva qualche giorno fa un infermiere di reparto psichiatrico facendomi notare che non è solo l0usura fisica a rendere impossibile un lavoro dopo una certa età). In Italia non si può decidere di smettere di lavorare per godere dei frutti del lavoro svolto e dei contributi versati, anche se questi darebbero diritto ad una pensione al raggiungimento dei 67 anni. 

In pensione quando decide lo Stato

Io sono dell’idea che anche a fronte di qualche penalizzazione molti sceglierebbero il pensionamento a 60 anni con 20/22 anni di contributi. Altri opterebbero dopo 30 anni di contributi di pensionarsi anche a 55 anni piuttosto che pensare di lavorare altri 12 anni per raggiungere la pensione anticipata. Ma in Italia non è possibile. A meno che non si è stati previdenti e si è scelto di versare contributi anche in un fondo complementare che permetta di richiedere il vitalizio non al compimento di una determinata età.

Non siamo liberi di scegliere quando smettere di lavorare. Meglio sarebbe che in base all’aspettativa di vita si calcolasse sui contributi versati quanto spetta mensilmente lasciando la libera scelta se continuare a lavorare o accettare quello che verrebbe versato mensilmente   e molti sceglierebbero di continuare a lavorare, ma sarebbero liberi di scegliere. E chi scegliesse di continuare a lavorare fino al compimento dei 67 anni o fino al raggiungimento dei 42 anni e 10 mesi di contributi, magari, lo farebbe anche con più serenità perchè sarebbe una libera scelta e non un’imposizione dall’alto.

Riporto una lettera giunta in redazione da un nostro lettore, che in sostanza la pensa come me:

Buongiorno 
Io sono un pensionato che ha aderito a quota 100 come dipendente pubblico, premetto che non è stato giusto da parte del governo non completare l’iter applicativo per il TFR per i dipendenti pubblici ma riferendomi all’oggetto, io penso sia giusto per i lavoratori/cittadini che una volta raggiunto un certo numero di contributi (es. 25-30 o più anni) con un’età minima di 55 anni e trovandosi nell’ impossibilità di trovare lavoro a causa di sopraggiunti motivi di inabilità, possa quantificare l’importo della sua pensione e decidere di andare in pensione senza pesare sulla collettività poiché quello che gli verrà riconosciuto sarà frutto dei suoi versamenti contributivi e non di assistenzialismo.


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