Pensioni più alte dal 1° gennaio 2019, per effetto della perequazione, aumento categoria per categoria

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15/05/2018

Aumento pensioni dal 1° gennaio 2019 per effetto della perequazione: ecco come aumenteranno categoria per categoria.

Pensioni più alte dal 1° gennaio 2019, per effetto della perequazione, aumento categoria per categoria

Pensioni: dal 1° gennaio 2019 l’assegno pensionistico viene incrementato dall’inflazione, in modo che non si svaluti con il passare degli anni.

Questo sistema si chiama perequazione, che era stata bloccata dalla riforma Fornero nel 2011 e poi reintrodotta nel 2013, ma con una fase transitoria che si concluderà il 31 dicembre 2018.

Il metodo di perequazione prevede 5 scaglioni di reddito, che si articolano nel seguente modo:

  • 95%: se l’importo è compreso tra 3 e 4 volte il trattamento minimo;
  • 75%: importo compreso tra 4 e 5 volte il trattamento minimo;
  • 50%: importo compreso tra 5 e 6 volte il trattamento minimo;
  • 45%: importo superiore a 6 volte il trattamento minimo.

Rivalutazione pensioni

La mancata rivalutazione delle pensioni superiori a sei volte il minimo è legittima, a stabilirlo la Corte Costituzionale con una sentenza che conferma l’orientamento già espresso in passato.

Nel dettaglio la Corte, stabilisce che la mancata  rivalutazione  delle pensioni superiori a sei volte il minimo è legittima.

La norma si basa sul principio della ragionevolezza, tale davanti alla necessità di risparmi a tutela dei conti pubblici, convoglia le risorse verso le pensioni più basse, che non vengono toccate dalla misura. (ordinanza 96/2018).

Niente arretrati

Il ricorso presentato dinnanzi alla corte Costituzionale chiedeva anche di considerare illegittimo il mancato adeguamento delle pensioni superiore a sei volte, evidenziando una riduzione del potere di acquisto pari al al 5,78% nel biennio 2012/2013 e del 6,94% nel triennio 2012/2014.

Si legge nella sentenza: “con la scelta non irragionevole di riconoscere la perequazione in misure percentuali decrescenti all’aumentare dell’importo complessivo del trattamento pensionistico, sino a escluderla per i trattamenti superiori a sei volte il minimo INPS, destinando, così, le limitate risorse finanziarie disponibili, in via prioritaria, alle categorie di pensionati con i trattamenti più bassi.”

Inoltre, chiarisce che la scelta: “soddisfa un canone di non irragionevolezza che trova riscontro nei maggiori margini di resistenza delle pensioni di importo più alto rispetto agli effetti dell’inflazione”.

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