Perché il Qatar lascia l’OPEC e cosa significa per il mercato del petrolio?

Il Qatar non farà più parte dell’OPEC, il cartello del petrolio nato nel 1960 e a cui aderì l’anno successivo. La notizia scioccante è arrivata ieri via Twitter per mezzo del ministro per l’Energia dell’emirato, Saad al-Kaabi, che ha giustificato la decisione storica con la necessità di “concentrarsi sulla produzione di LNG”, il gas natural […]

Il Qatar non farà più parte dell’OPEC, il cartello del petrolio nato nel 1960 e a cui aderì l’anno successivo. La notizia scioccante è arrivata ieri via Twitter per mezzo del ministro per l’Energia dell’emirato, Saad al-Kaabi, che ha giustificato la decisione storica con la necessità di “concentrarsi sulla produzione di LNG”, il gas natural liquefatto. Lo stato del Golfo Persico produce 600.000 barili al giorno di greggio, meno del 2% dell’intera offerta dell’OPEC, per cui non è certamente questa la bomba vera sganciata da Doha sul vertice di Vienna di questo venerdì tra i 15 esportatori per tagliare la produzione di oltre 1 milione di barili al giorno, al fine di sostenere le quotazioni internazionali. Il paese è, infatti, il primo produttore al mondo di gas naturale con 77 milioni di tonnellate all’anno e puntando all’obiettivo di 110 milioni di tonnellate (+43%) per tenere distante l’Australia, che ne insidia il primato, avendo registrato un’impennata della sua offerta negli ultimi anni.

Detto questo, non potrebbe l’emirato continuare a restare nell’OPEC, pur concentrandosi sul gas naturale? Il problema è geopolitico. Da un anno e mezzo, è sotto embargo dall’Arabia Saudita, oltre che Bahrein ed Egitto, a causa della sua vicinanza all’Iran e delle accuse di sostegno al terrorismo islamista rivoltegli da Riad. I sauditi sono i leader del cartello petrolifero e la decisione di uscirne farebbe parte di una più ampia strategia da parte del Qatar per affermare la propria forza autonoma nel Medio Oriente.

Il paese dispone di 24,5 miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale, la metà di quelle russe e i due terzi di quelle iraniane, ma tre volte i livelli sauditi. E Russia, Iran e Qatar sono amici, anche se Mosca vanta stretti rapporti ormai anche con Riad, tanto da esserne diventata il principale riferimento nella fissazione di strategie per il mercato petrolifero globale, come per l’accordo sul taglio della produzione di due anni fa. Insieme, le tre economie fanno qualcosa come 106 miliardi di metri cubi di gas naturale, una quantità pari a circa il 57% delle riserve mondiali accertate nel 2016. In sostanza, sarebbero la nuova OPEC del gas. E di ragioni per uscire dal gruppo l’Iran ne avrebbe, trattandosi del nemico storico dei sauditi, mentre non è un mistero che la Russia ambisca a ricattare il mondo con la sua potenza energetica.

LNG e petrolio non sono due mercati tra loro separati. Basta guardare ai rispettivi grafici per capire che i prezzi dell’uno seguono quelli dell’altro. Con l’eventuale creazione di un cartello in proprio, il Qatar si prenderebbe una rivincita sull’Arabia Saudita proprio sul piano energetico, potendo trattare alla pari con le grandi potenze mondiali affamate di energia, tra cui Cina e USA, esattamente come da decenni fa Riad, la cui forza nel Medio Oriente verrebbe così minacciata. Le stesse tre economie, poi, arrivano a una produzione totale di 15 milioni di barili al giorno, quasi la metà di quella dell’OPEC senza il Qatar e dopo il taglio in arrivo. Numeri non trascurabili, anche perché parte dell’offerta del cartello proviene da stati che non controllano i livelli di output, a causa di vicissitudini geopolitiche ed economiche, come il Venezuela, la Libia e la Nigeria. In pratica, i sauditi rischiano di ritrovarsi presto a capo di un cartello dal peso negoziale sempre inferiore, tanto che settimane fa dovettero smentire il rumor, secondo cui essi stessi lascerebbero presto l’OPEC per mettersi a gestire in proprio la partita del greggio.