Permessi legge 104, si possono usare anche per altre attività, la sentenza shock

I permessi legge 104, sono sempre argomento di discussione, specialmente nelle aule di tribunale. Le ultime novità arrivano da una sentenza della Corte di Cassazione, Sezione lavoro (sentenza 27.11.2018, n. 30676), che ammette la possibilità di usare i permessi previsti dalla L. 104/1992 per attività non strettamente legate alle cure materiali del disabile (conforme: Cassazione, sent. 2.10.2018, n. 23891), come il prelievo al bancomat. Deve comunque sussistere un nesso causale tra il permesso e l’attività di assistenza.

È controverso se rientra nel perimetro della L. 104/1992 lo svolgimento di attività ordinarie (lavare, stirare, fare la spesa) che potrebbero essere svolte in altre ore della giornata, non essendo vincolate a orari precisi.

Tra gli esempi di giusta causa di licenziamento si citano i seguenti: sfruttare i permessi per sostenere esami universitari; per svolgere un secondo lavoro; per partecipare a serate danzanti; per svolgere l’attività soltanto durante un’esigua parte di tempo.  È legittimo il ricorso ad agenzie investigative per accertare abusi, che integrano anche il reato di truffa ai danni dello Stato

Il caso: abuso di permessi legge 104 e congedo per malattia

La Corte di appello di Roma con la sentenza n. 5855/2016 aveva accolto il reclamo proposto da Rotolo Alessandra avverso la sentenza con la quale il tribunale di Roma, in sede di procedimento ex lege n. 92/2012, aveva rigettato la domanda della lavoratrice, diretta alla declaratoria di illegittimità del licenziamento a lei intimato dalla società presso cui lavorava; accogliendo il reclamo la corte aveva condannato quest’ultima a reintegrare la dipendente ed a pagare una indennità risarcitoria pari a 12 mensilità.

La corte romana aveva ritenuto che le contestazioni mosse alla dipendente, sostanzialmente consistenti nell’aver impropriamente utilizzato i permessi a lei concessi per ragioni di assistenza alla madre disabile e nell’aver usufruito di congedo per malattia risultata fittizia, fossero infondate in quanto le circostanze di fatto non erano risultate idonee a sostenere l’addebito dovendosi annettere al concetto di “assistenza” un significato piu’ ampio rispetto alla semplice e materiale accudienza del soggetto disabile e dovendosi altresi’ escludere valenza alla circostanza che la lavoratrice fosse uscita di casa nel giorno in cui era stata sottoposta ad un intervento chirurgico e fosse quindi in congedo per malattia, attesa la mancata prova della incompatibilità della uscita con la infermità dedotta.

Il giudizio della Corte

La Corte territoriale rigetta il ricorso, si legge nella sentenza: “ha valutato in concreto la riferibilità delle attività svolte dalla lavoratrice, come accertate nel giudizio, alla cure ed assistenza della madre disabile anche considerando ed escludendo l’utilizzo dei permessi e congedi ” in funzione meramente compensativa delle energie impiegate dal dipendente per la detta assistenza” . Ha pertanto tenuto presenti i criteri
interpretativi del concetto di assistenza come integrato dagli orientamenti del giudice di legittimità ( Cass. n. 29062/2017).

La Corte condanna il ricorrente

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in €. 5.000,00 per compensi ed E. 200,00 per spese oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Redazione NotizieOra

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