Petrolio ai minimi da febbraio, ecco quali incertezze colpiscono il mercato

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20/11/2018

Petrolio ai minimi da febbraio, ecco quali incertezze colpiscono il mercato

Le quotazioni del petrolio sono scese ai minimi dallo scorso mese di febbraio, con il Brent ad avere perso nel pomeriggio odierno oltre il 2%, crollando a 65,40 dollari al barile, mentre il Wti americano è arrivato ad arretrare fino a 55,91 dollari. Rispetto all’apice, toccato il 3 ottobre scorso, i prezzi si sono contratti di quasi un quarto, facendo entrare il greggio nel mercato orso. Vediamo quali preoccupazioni attanagliano gli investitori, che nelle ultime 7 settimane hanno venduto 553 milioni di barili, il quantitativo maggiore da 5 anni a questa parte, rimanendo con posizioni rialziste su soli 543 milioni di barili, giù da 1,1 miliardi di fine settembre.

Anzitutto, la produzione americana ha segnato un nuovo record a metà novembre, raggiungendo gli 11,7 milioni di barili al giorno e confermandosi prima al mondo, davanti a Russia e Arabia Saudita. Proprio quest’ultima capeggia il gruppo di paesi produttori dell’OPEC intenzionati a tagliare l’offerta per un altro milione di barili al giorno sin da dicembre, con Riad ad accollarsi la metà dell’onere. Tuttavia, il presidente Donald Trump sta facendo pressione, anche via Twitter, affinché gli alleati sauditi non taglino la produzione ed evitino così di mantenere i prezzi artificiosamente alti.

Gli USA fanno leva sul caso Khashoggi, il giornalista saudita ucciso al consolato del suo paese a Istanbul per mano di un commando vicino alla corona. Il principe ereditario Mohammed bin Salman è accusato dalla Turchia di essere stato l’artefice dell’esecuzione e la comunità internazionale si è mostrata sdegnata dell’accaduto. La Casa Bianca sinora, invece, ha cercato di tenere una posizione più moderata per non irritare il regno, che ha commissionato un anno e mezzo fa acquisti di armi made in USA per diverse decine di miliardi di dollari e anche per tenerselo stretto sul petrolio.


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Difficilmente, infatti, il principe indispettirebbe Trump, quando gli è rimasto quale unico alleato di peso nello scacchiere internazionale. Ma il taglio alla produzione sta arrivando, per cui i calcoli dell’amministrazione americana si starebbero rivelando errati. Oppure, avanza il sospetto che la mossa dei sauditi non sia altro che un modo per segnalare a Trump di non avere gradito le sanzioni “soft” contro l’Iran. L’America aveva promesso loro di punire i nemici di Teheran con il ripristino dell’embargo sul petrolio, sospeso con l’entrata in vigore nel gennaio 2016 dell’accordo sul nucleare. Tuttavia, le sanzioni si sono rivelate molto più morbide del previsto, con 8 stati esentati dal dovere rescindere i contratti commerciali, tra cui economie come Italia, Cina, India e Giappone. Un bluff, insomma, che è stato alla base del tonfo delle quotazioni nell’ultimo mese, dopo che Riad aveva aumentato la propria offerta domestica per evitare che i prezzi si surriscaldassero troppo, a seguito del prosciugamento delle esportazioni iraniane.

Alla fine, ci troviamo dinnanzi a due paesi – USA e Arabia Saudita – entrambi a lamentare di sentirsi fregati dalle mosse dell’altro. Il mercato cerca forse di capire quale soluzione scaturirà da queste tensioni, se l’America non finirà per irrigidire le sanzioni contro l’Iran, mentre il regno rinuncerà a tagliare la produzione. In teoria, le due misure si annullerebbero a vicenda, ma saranno eventualmente i dettagli a farci capire quale delle due prevarrà, sempre che un accordo si trovi. Per il momento, l’unica certezza sembra essere l’abbondante offerta globale, peraltro in crescita fuori dall’OPEC, a fronte di una domanda attesa meno dinamica delle previsioni precedenti per i prossimi mesi. In attesa di capirci qualcosa di più, il mercato vende e il barile scende.


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