Petrolio: quotazioni sprofondano ai minimi da marzo, ecco le cause del tonfo

Seduta molto negativa quella odierna per il mercato del petrolio. Le quotazioni del Brent e del Wti sono sprofondate nel tardo pomeriggio mediamente del 5%, crollando rispettivamente a fino a 66,71 e 56,90 dollari al barile, i livelli più bassi dallo scorso mese di marzo, prima che il presidente americano Donald Trump annunciasse l’intenzione di […]

Seduta molto negativa quella odierna per il mercato del petrolio. Le quotazioni del Brent e del Wti sono sprofondate nel tardo pomeriggio mediamente del 5%, crollando rispettivamente a fino a 66,71 e 56,90 dollari al barile, i livelli più bassi dallo scorso mese di marzo, prima che il presidente americano Donald Trump annunciasse l’intenzione di ritirare gli USA dall’accordo sul nucleare e minacciasse la reintroduzione delle sanzioni contro l’Iran, entrate in vigore la settimana scorsa.

E’ successo che oggi l’OPEC ha aggiornato le stime per la domanda di greggio verso gli stati produttori membri nel 2019, tagliandole a 31,5 milioni di barili al giorno, 500.000 in meno rispetto alle stime di soli due mesi fa e, soprattutto, 1,4 milioni di barili in meno rispetto all’attuale produzione combinata del cartello petrolifero. Da qui, le voci sempre più intense di un accordo all’interno dell’organizzazione per tagliare l’offerta quotidiana di un altro milione di barili. I sauditi, che pure avevano opposto resistenza alla mossa invocata dai partner, non potranno che prendere atto alla riunione di Vienna a dicembre della necessità di fare i conti con una domanda globale in aumento meno delle attese (-70.000 barili al giorno rispetto alle previsioni di settembre) e che in misura crescente tende ad essere soddisfatta dai produttori esterni al cartello.

E così, nonostante le revisioni al ribasso per l’offerta di Cina, Messico, Brasile e Canada, fuori dall’OPEC la produzione giornaliera viene rivista al rialzo di 120.000 barili, sostenuta dal boom negli USA. Quanto sta accadendo è lampante: l’America ha spinto le sue estrazioni al suo record storico di 11,6 milioni di barili al giorno, superando la Russia e la stessa Arabia Saudita. Mosca e Riad sono costrette a sostenere le quotazioni internazionali auto-restringendo la propria offerta, con la conseguenza per loro spiacevole di assistere a una pericolosa avanzata delle vendite in Asia da parte delle compagnie petrolifere americane, le quali tra fine ottobre e inizio novembre hanno esportato 2,4 milioni di barili al giorno.

Il presidente Trump continua a tuonare contro l’ipotesi di nuovi tagli alla produzione da parte dell’OPEC, che a suo avviso terrebbero le quotazioni artificiosamente alte, traducendosi in un costo del carburante alla pompa superiore a quanto dovrebbe. La Casa Bianca vorrebbe che gli alleati sauditi cessassero ogni forma di sostegno ai prezzi internazionali, ottenendo così una riduzione dell’inflazione, cosa che consentirebbe alla Federal Reserve di mettere in pausa la strategia di aumento dei tassi, inaugurata nel dicembre del 2015 e che dovrebbe compiersi solo nel 2020. Quanto sia sostenibile un mercato del petrolio mondiale, in cui alcuni player aumentano la loro produzione e altri la tagliano per impedire un crollo dei prezzi, lo lasciamo al giudizio di chi legge. Anche per questo oggi il Brent è arrivato a costare meno di 67 dollari e il Wti americano una decina di dollari in meno. Il mercato ha preso atto che potrebbe non bastare nemmeno il milione di barili di offerta in meno che l’OPEC starebbe per concordare per l’anno prossimo.