Quali effetti sul petrolio dalla crisi politica del Venezuela?

Il Venezuela si trova dinnanzi a due presidenti. Nicolas Maduro ha appena giurato per la seconda volta, rivendicando la vittoria alle elezioni presidenziali del maggio scorso, boicottate dalle opposizioni e non riconosciute da gran parte della comunità internazionale, così come dall’Assemblea Nazionale, il Parlamento a stragrande maggioranza controllato dalle opposizioni sin dalla fine del 2015 […]

Il Venezuela si trova dinnanzi a due presidenti. Nicolas Maduro ha appena giurato per la seconda volta, rivendicando la vittoria alle elezioni presidenziali del maggio scorso, boicottate dalle opposizioni e non riconosciute da gran parte della comunità internazionale, così come dall’Assemblea Nazionale, il Parlamento a stragrande maggioranza controllato dalle opposizioni sin dalla fine del 2015 e che gli ha contrapposto ieri il proprio leader, il giovane 35-enne Juan Guaidò, il quale si è auto-proclamato capo dello stato “ad interim” fino a nuove elezioni. Subito è arrivato il riconoscimento dell’America di Donald Trump, seguito da quelli di Canada, Brasile, Argentina, Perù, Panama, Colombia e diversi altri stati, specie dell’America Latina.

Se sul piano politico è il caos a Caracas e saremmo alla fine della lunga stagione “chavista”, quali effetti avrà il cambio storico in corso sul mercato del petrolio? Il Venezuela è il primo stato al mondo per riserve petrolifere, pari a circa 300 miliardi di barili, superiori persino a quelle dell’Arabia Saudita, che ammontano a 264 miliardi. Quando si passa ai livelli di produzione, tuttavia, scopriamo che il contributo è minimo. La compagnia statale PDVSA estrae appena 1,2 milioni di barili al giorno ormai, intorno all’1% del dato mondiale, quando Riad da sola si attesta sui 10,5 milioni, a sua volta superata dai circa 11,5 milioni della Russia e dai quasi 12 milioni degli USA. In altre parole, il Venezuela di petrolio ne ha un mare nel sottosuolo, ma non riesce a estrarlo per carenza di capitali con cui effettuare i dovuti investimenti.

L’impatto della crisi politica appare duplice, a seconda che si guardi al breve o al medio-lungo termine. Con ogni probabilità, Maduro non lascerà la presidenza pacificamente. Il timore di una repressione di massa perpetrata ai danni degli oppositori e di un bagno di sangue per le strade della nazione è elevatissimo, dati i trascorsi degli ultimi anni. Se così fosse, gli USA sarebbero pronti a sanzionare pure le esportazioni di petrolio di Caracas, un evento che finirebbe per provocare la riduzione dell’offerta mondiale. Di quanto? In realtà, date le ormai scarse esportazioni venezuelane, si tratterebbe di poche centinaia di migliaia di barili al giorno. Il principale acquirente è proprio l’America con 500.000 al giorno di media nel 2018. A questo punto, sarebbero le raffinerie a stelle e strisce ad accrescere le importazioni da altri paesi produttori.

Se, però, la caduta del regime riuscisse alle opposizioni, lo scenario per le quotazioni del petrolio tendenzialmente e, a parità di tutto il resto, diverrebbe “bearish”. Perché? Politiche più efficienti nella gestione di PDVSA, nelle mani sin dal 2003 di dirigenti filo-chavisti e spesso del tutto privi di conoscenze ed esperienza nel campo energetico e negli ultimi mesi, addirittura, dei militari, riuscirebbero negli anni a risollevare i livelli estrattivi, che ancora alla fine degli anni Novanta, prima dell’arrivo di Hugo Chavez al potere, si attestavano sui 3 milioni di barili al giorno. Peraltro, i capitali arriverebbero proprio dall’estero, grazie alle sinergie con le compagnie straniere, tra cui quelle americane espropriate nel 2007 come Exxon, ma anche l’italiana ENI. Tali investimenti risulterebbero preziosi per sostenere la produzione naturalmente calante nei pozzi esistenti e per le nuove trivellazioni. E una volta che la produzione dovesse risalire, anche l’afflusso di dollari aumenterebbe nel paese e con esso il sollievo per la popolazione.