Saluto fascista è reato, lo dice la Corte di Cassazione

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23/09/2019

Il saluto fascista è sempre reato, a ricordarlo una sentenza della Corte di Cassazione dello scorso maggio che ha portato alla condanna di un avvocato.

Saluto fascista è reato, lo dice la Corte di Cassazione

Il saluto romano, meglio conosciuto come il saluto fascista, con la mano destra tesa in avanti, è reato. Il saluto in questione, infatti, ricorda valori di discriminazione razziale, intolleranza e violenza e proprio per questo farlo è reato anche se non accompagnato da alcuna violenza. A dirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza 21409 specificando che il dovere della legge è una tutela preventiva.

Saluto fascista è reato

La Cassazione lo scorso maggio ha confermato la condanna ad un avvocato che al termine di una seduta del Consiglio Comunale di Milano avava steso il braccio nel saluto fascista accompagnato dalla frase “presenti e ne siamo fieri”.

Il gesto seguiva la domanda di un consigliere che chiedeva se in aula fossero presenti gli organizzatori di una protesta anti-rom. L’avvocato ha risposto in questo modo alla domanda e dopo la critica al suo gesto ha tentato di giustificarsi dicendo che il braccio alzato serviva a segnalare la sua presenza  e a salutare.

La trovata dell’avvocato, però, non convince i giudici che hanno anche visionato le riprese della seduta in questione. L’avvocato tenta di appellarsi all’articolo 131-bis del codice penale che permette di restare impuniti di fronte ad un reato di lieve entità. Per la Corte Suprema il reato c’è e non è lieve poichè il saluto romano accompagnato dalla parola “presente” evoca il saluto fascista, in uso in gruppi e associazioni che promuovo idee basate su odio razziale e superiorità.


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Il gesto, poi, diventa ancora più grave perchè è stato fatto in contesto istituzionale.

Il ‘saluto fascista‘ o ‘saluto romano’, si legge nella “costituisce una manifestazione gestuale che rimanda all’ideologia fascista e ai valori politici di discriminazione razziale e di intolleranza”, e “non richiede che le manifestazioni siano caratterizzate da elementi di violenza”.  

E la libertà di manifestare il proprio pensiero? La Cassazione risponde anche a questo “La libertà di manifestazione del pensiero cessa quando trasmoda in istigazione alla discriminazione e alla violenza di tipo razzista”.