Tassi americani fermi o rialzo Fed ancora probabile quest’anno?

Fino a qualche mese fa si dava per certo che la Federal Reserve continuasse ad alzare i tassi fino a oltre il 3%, quello che lo stesso istituto definisce il livello del tasso “naturale”, al quale cioè l’economia americana non viene né stimolata, né depressa. Poi, il tonfo azionario di Wall Street ha scombinato lo scenario. Gli indici a New York sono scesi di quasi il 20% in 3 mesi dai record toccati il 3 ottobre scorso, sfiorando l’entrata nella fase “orso”. Al contempo, il presidente Donald Trump tuonava vigorosamente e con fragore contro il governatore Jerome Powell, arrivando a far trapelare poco prima di Natale l’intenzione di licenziarlo. Le aspettative d’inflazione negli USA hanno fatto il resto, raffreddandosi ben al di sotto del target del 2% fissato dalla Fed per il medio termine. Per non parlare dell’inversione della curva dei rendimenti nel tratto medio-breve, altro segno che gli investitori si aspetterebbero l’arrivo di una recessione e il conseguente allentamento monetario, vale a dire un taglio dei tassi, altro che rialzo.

Quanto detto resta vero, ma nelle ultime sedute è diventato anch’esso meno certo. Prendiamo i rendimenti americani: sono risaliti dal 2,55% al 2,70% per la scadenza a 10 anni e dal 2,38% al 2,54% per quella a 2 anni e in appena una settimana. E la differenza tra i rendimenti a 5 anni dei titoli con cedola fissa e quelli dei titoli con cedola legata all’inflazione è passata dall’1,52% all’1,66%, restando certamente bassa, ma segnalando un surriscaldamento delle aspettative d’inflazione forse inatteso con questa velocità. A dire il vero, un ruolo lo starebbe giocando il petrolio, che dopo essere crollato di prezzo ai minimi dalla metà del 2017, adesso è tornato sopra i 60 dollari per il Brent e dei 50 dollari per il Wti americano, ai massimi da un mese.

Cos’è successo di preciso? Il driver sarebbe stato il report mensile sull’occupazione a dicembre in America, quando sono stati creati 312.000 posti di lavoro, il numero maggiore dal febbraio 2017, e i salari orari sono risultati in crescita su base annua del 3,2%, il ritmo più veloce dai primi mesi del 2009. I timori di un eccessivo rallentamento dell’economia americana si sono affievoliti e con un mercato del lavoro così vivace ci si attende un’inflazione in crescita possibilmente più alta di quanto scontato. Per il resto, i dubbi su una nuova stretta rimangono, ma che la Fed si prenda una pausa o abbia già finito di alzare i tassi appare un po’ meno certo di qualche giorno fa. E se i dati sul pil americano nell’ultimo trimestre del 2018 dovessero mostrarsi superiori alle attese, ci sarà spazio per ulteriori aumenti dei rendimenti e per un surriscaldamento delle aspettative d’inflazione, a tutto beneficio di un nuovo rialzo dei tassi atteso.