Tfs dipendenti pubblici: il decreto per l’anticipo slitta a fine anno

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25/08/2019

Non ancora pronto l’accordo con le banche per l’anticipo TFS: tutta la misura potrebbe slittare a fine anno.

Tfs dipendenti pubblici: il decreto per l’anticipo slitta a fine anno

Lo sblocco dell’anticipo del TFs per i dipendenti pubblici, causa anche crisi di governo, non arriverà prima dell’autunno, se tutto fila liscio, ma potrebbe slittare anche a fine anno. Quello che per il ministro Giulia Bongiorno doveva essere una priorità al punto da far rientrare prima i diriginte del ministero per concludere in tempi brevi il dossier sulle liquidazioni, si deve rimandare a causa di problemi più impellenti.

Per i più pessimisti il provvedimento potrebbe anche essere accantonato anche se la cosa avrebbe delle ripercussioni non proprio piacevoli per i circa 170mila dipendenti pubblici che aspettano il proprio TFS e che sono in uscita dal mondo del lavoro per accedere al pensionamento.

Ai dipendenti pubblici, per non aspettare i canonici tempi di liquidazione del TFS, è stata concessa la possibilità dell’anticipo della liquidazione grazie ad un prestito bancario ma la messa a punto del provvedimento è stata rallentata dal ritardo dela pubblicazione del decreto attutivo e le convenzioni con abi e Inps indispensabili per l’erogazione.

Regolamento anticipo TFS

Il regolamento è stato scritto 3 mesi fa e prevedeva che l’erogazione dell’anticipo poteva essere liquidata entro 75 giorni dalla data di presentazione della domanda. I primi di agosto il garante della privacy ha rinviato il provvedimento al Ministero per apportare delle modifiche. Chiuso questo passaggio si dovrebbe poi inviare il regolamento alla Coto dei Conti, al Consiglio di Stato e solo dopo (ci potrebbero volere fino a 3 mesi) sarebbe sbloccato l’anticipo del TFS per i dipendenti statali.


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Ma cosa accadrà se tra 3 mesi non sarà più l’attuale governo a guidare il nostro Paese? Il nuovo esecutivo, per non avere misure volute dalla Lega, potrebbe decidere di non portare avanti la misura o addirittura di abolire tutto il pacchetto contenuto nel decretone (compreso, quindi, reddito di cittadinanza e quota 100) che nel 2020 costerebbe 8,3 miliardi di euro.