Unicredit pronta a salvare Carige, ma con i soldi degli altri

Jean-Pierre Mustier starebbe esaminando il dossier Carige e valutando l’opportunità di derogare al piano industriale di Unicredit, puntando a rilevare la banca ligure. Tuttavia, stando alle indiscrezioni, l’amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti avrebbe escluso categoricamente un’acquisizione a valori di mercato. L’interesse sarebbe legato alla possibilità di spuntare condizioni simili a quelle che due anni […]

Jean-Pierre Mustier starebbe esaminando il dossier Carige e valutando l’opportunità di derogare al piano industriale di Unicredit, puntando a rilevare la banca ligure. Tuttavia, stando alle indiscrezioni, l’amministratore delegato di Piazza Gae Aulenti avrebbe escluso categoricamente un’acquisizione a valori di mercato. L’interesse sarebbe legato alla possibilità di spuntare condizioni simili a quelle che due anni fa permisero a Intesa-Sanpaolo di rilevare gli asset “in bonis” delle due banche venete, vale a dire la dote del governo da 4,7 miliardi di euro, destinata in favore di Ca’ de Sass, affinché non patisse nemmeno un centesimo di perdita dall’accollamento. E a fare gola potenzialmente sarebbero anche i crediti fiscali, le cessioni dei crediti deteriorati per 3,5 miliardi e la soppressione degli add-on, le misure di rafforzamento dei requisiti patrimoniali a scopo prudenziale da parte dell’authority.

Non è detto che Unicredit davvero si prenda in carico Carige, anche se la volontà di Mustier di arrivare a un’integrazione con la francese Société Générale renderebbe più probabile l’operazione. In pratica, Carige servirebbe ad addolcire l’atteggiamento del governo italiano sull’eventuale fusione con la banca transalpina. I cattivi rapporti tra Roma e Parigi di questi mesi e la visione “sovranista” del governo Conte in tema di economia e finanza remano ad oggi contro l’intesa.

Ci sono altri aspetti più tecnici da valutare, come l’atteggiamento di Vittoria Malacalza, a capo di Malacalza Investimenti, socio al 27,55% di Carige. Parteciperà a un aumento di capitale, considerato da Unicredit indispensabile per valutare l’eventuale rilevazione? E se parteciperà, darà anche il suo avallo all’integrazione con la ben più grande banca italiana, di fatto perdendo la qualità di azionista di riferimento e non godendo più di alcuna partecipazione significativa nel capitale dell’acquirente? All’investitore è richiesta una quota di 110 milioni di euro nel caso di ricapitalizzazione da 400 milioni, anche se si potrebbe arrivare al rafforzamento del capitale con la conversione del bond subordinato da 320 milioni, sottoscritto poche settimane fa dallo Schema Volontario di Intervento delle banche italiane. Insomma, qualcuno dovrà prima pagare per allettare Unicredit: il sistema bancario, Malacalza o i contribuenti.