Aprire un conto bancario all’estero ci salva da un prelievo forzoso?

Sono settimane infuocate sui mercati finanziari, con lo spread BTp-Bund salito oltre la soglia dei 300 punti base per la scadenza a 10 anni e i suggerimenti dalla Germania all’Italia (non richiesti) di introdurre una imposta patrimoniale sulla ricchezza privata degli italiani per abbattere il debito pubblico. Il triste ricordo del 1992, quando l’allora governo […]

Sono settimane infuocate sui mercati finanziari, con lo spread BTp-Bund salito oltre la soglia dei 300 punti base per la scadenza a 10 anni e i suggerimenti dalla Germania all’Italia (non richiesti) di introdurre una imposta patrimoniale sulla ricchezza privata degli italiani per abbattere il debito pubblico. Il triste ricordo del 1992, quando l’allora governo Amato stangò i conti bancari dello 0,6% per tentare di ridurre il deficit, ha fatto scattare l’allarme tra i risparmiatori, molti dei quali si chiedono quali strategie mettere in atto per salvare i propri sacrifici dalle grinfie dello stato. Una delle soluzioni maggiormente in voga parrebbe essere quella di aprire un conto bancario all’estero. Non ci sono dati ufficiali, ma pare che si stiano registrando deflussi di capitali dall’Italia, anche se ad oggi non viene confermata affatto alcuna corsa agli sportelli delle banche, nemmeno virtuale, per ritirare i propri risparmi.

Ma davvero aprire un conto bancario all’estero su cui trasferire le giacenze ci salverebbe da un prelievo forzoso? La risposta è negativa. La tassazione segue la residenza fiscale del titolare del conto e non il luogo in cui il conto è stato aperto. Non a caso, è perfettamente legale trasferire anche tutto il proprio denaro all’estero, purché esso sia frutto di redditi dichiarati nel nostro Paese e l’operazione risulti nel riquadro RW della dichiarazione. Tuttavia, le giacenze sono sottoposte alla medesima tassazione vigente in Italia sui conti bancari nazionali e anche nel caso di imposizione di una patrimoniale o di un prelievo forzoso, nulla cambierebbe. Lo stato italiano avrebbe il pieno diritto di stangare i conti bancari all’estero, in maniera e in misura del tutto uguale a quelli accesi presso le banche italiane.

Dunque, aprire un conto bancario all’estero è inutile? Non esattamente, dipende dal rischio dal quale vorremmo ripararci. Se intendiamo sfuggire a un eventuale, quanto remoto, prelievo forzoso, abbiamo già detto che non serve a niente portare i soldi fuori dall’Italia, nemmeno in Svizzera, essendo caduto il segreto bancario. Resta, però, la possibilità di tutelarsi dal rischio di “bail-in”, ossia il coinvolgimento nelle perdite di una banca sottoposta a risoluzione. I conti bancari fino a 100.000 euro sono tutelati, mentre per le cifre superiori possono essere intaccati fino a coprire l’8% della massa passiva, dopo che sia stato fatto lo stesso con le azioni, le obbligazioni subordinate, le obbligazioni senior e sempre che nemmeno l’azzeramento di questi titoli sia stato sufficiente a coprire la percentuale minima richiesta dalla direttiva comunitaria Brrd, presupposto perché l’istituto possa ottenere aiuti dallo stato.

Dunque, se possediamo un conto fino a 100.000 euro, nessun problema. Sopra tale cifra, sarebbe opportuno trasferire il denaro sul conto corrente o deposito di un altro istituto, anche italiano stesso, in quanto il “bail-in” scatterebbe solo verso le giacenze depositate presso l’istituto oggetto di risoluzione. Pertanto, a meno che non abbiate così tanti denari, da non essere più in grado di seguire decine di conti in banche diverse, aprire un conto all’estero non serve. Semmai, quando lo fate abbiate almeno cura di indagare sull’affidabilità della banca in cui state portando i vostri risparmi. All’estero, il sistema del credito si è dimostrato molto, molto meno sicuro allo scoppio della crisi finanziaria del 2008.

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