Giro per Napoli con un amico vicentino: da Spaccanapoli al Cristo Velato

In giro per Napoli nel suo splendore, con un amico vicentino, ho la possibilità di mostrargli la città, tutta, in un colpo solo…

All’improvviso, una telefonata inattesa. Dall’altro capo del filo, una voce amica che mi proietta istantaneamente ai miei ricordi estivi. È una cara conoscenza, con la quale ho trascorso le mie ultime vacanze sarde. Mi informa che lui e sua moglie si sono fatti finalmente coraggio e hanno deciso di  trascorrere le vacanze pasquali a Napoli. Ricordo quando, durante una delle estati trascorse assieme, ad un certo punto mi confesso’ che, a dispetto dei suoi pregiudizi sui meridionali, quando si ritrovava con noi, si sentiva veramente allegro e spensierato. Fu allora che, sdegnato da quest’impeto di sincerità e, allo stesso tempo, inorgoglito dalla riconosciuta superiorità di spessore umano, invitai il mio caro compagno estivo a trascorrere qualche giornata a Napoli, per scoprire che non solo i napoletani erano simpatici, come non poteva credere, ma che la nostra città era così bella, come non poteva immaginare.

Ed eccolo al telefono, arresosi all’ evidenza di altri suoi conoscenti venuti in visita  a Napoli e ritornati  alle loro case carichi di intense emozioni e con gli occhi pieni di bellezza e non certo di ricordi di sparatorie, scippi o altre esperienza del genere.  Mi informa d’aver deciso di voler trascorre qualche giornata nella città delle Sirena Partenope. Vuole che gli faccia io da Vate, visto l’amore e la passione che gli ho sempre palesato, ogni volta che ce ne era occasione, per la mia città. E allora, eccoci alle 8.30 a Capodichino, per accoglierli in pompa magna.

Golfo di Castl Sant'Elmo

Sè sabato ed il cielo è di un turchese avvolgente. Appena scesi dall’aereo, subito li porto al bar dell’aeroporto per farli inebriare dell’odore di brioche calde e per fargli gustare un ottimo espresso napoletano. Pieni di ultime notizie da riferirci, ci infiliamo in macchina e ci fiondiamo in città. Il mio amico, fan sfegatato di Gomorra, mi dice che possono dedicarsi un solo giorno a Napoli perché hanno il desiderio forte di vedere la splendida chiesa di Atrani, uno dei pochi luoghi ameni che la suddetta serie televisiva si sia degnata di mostrare, set del matrimonio di Patrizia e Michelangelo Levante che con la loro rozzezza sono riusciti ad ammantare anche tale gioiello della Costiera di un grigiore sempiterno, per poi dedicarsi una giornata a Pompei. Gli dico che sarà dura concentrare duemila anni di storia in poche ore, ma ce la metterò tutta e non resterà deluso.

 

Prendo, allora, la via del Vomero e ci ritroviamo, in poco tempo, a Largo San Martino. Non posso non iniziare a mostrargli la città dal luogo che ritengo essere il più suggestivo: le mura del Castel Sant’Elmo. Da qui in alto,  ho la possibilità di mostrargli la città, tutta, in un colpo solo e a volo d’uccello, come fossimo due gabbiani arrivati dal mare per goderne della sua accoglienza. Dopo avergli raccontato delle vicende di questo maniero, attraverso le sue visibili tracce normanne, angioine, aragonesi e dei vicereami spagnoli e asburgici, gli ricordo che questo è uno dei sette castelli di Napoli insieme a Castel dell’Ovo, al Maschio Angioino, a Castel Capuano, al Castello di Nisida,  ai resti del Castello del Carmine e a quelli della Fortezza di Vigliena a San Giovanni a Teduccio. Gli mostro, da lassù, Spaccanapoli,  l’antica plateia greca, poi ridenominata, in età romana, decumano.

Spaccanapoli

La strada che divide Napoli di netto, attraversandola da est a ovest di modo da catturare la luce del sole dal suo sorgere, fino al tramonto. Anche detto Decumano Inferiore, insieme agli altri due decumani, il Maggiore, via dei Tribunali e il Superiore, via dell’Anticaglia, gli spiego che Spaccanapoli è il segno indelebile delle origini greche della città, con il suo caratteristico tracciato urbano,  risalente alle impostazioni di Ippodamo da Mileto, l’antico urbanista greco. Da quella visuale privilegiata, tra l’intrico dei vicoli, e le cinquecento cupole delle chiese, gli mostro, distintamente, il campanile romanico della Pietrasanta, il più antico di Napoli. Gli mostro, nitidamente, la forma gotica della chiesa di Santa Chiara, con il suo splendido chiostro. La cupola di Sant’Anna dei Lombardi, espressione del rinascimento a Napoli, dove vari autori toscani si cimentarono nel cinquecento e Piazza del Gesù con la sua  facciata barocca,  che tanti segreti cela nel suo bugnato a punta di diamante. E ancora, il neogotico della facciata del Duomo e il chiostro si San Gregorio Armeno.

Il mio amico è rapito dalla varietà di stili architettonici e resta ancor più meravigliato quando, candidamente, gli ricordo che Napoli è stata, da sempre, luogo di immigrazione ed accoglienza per artisti che venivano qui da tutta Italia e dall’estero e che l’emigrazione è stato un fenomeno conosciuto solo dal periodo post unitario, mentre nel resto di Italia si emigrava da sempre. Gli mostro alcune testimonianze fisiche di alcuni primati del meridione, prima che il Regno delle Due Sicilie venisse annesso allo sgangherato regno sabaudo. I vari palazzi reali visibili da lassù: il palazzo di piazza del Plebiscito, la Reggia di Capodimonte, ove fu realizzato il primo osservatorio astronomico e la reggia di Portici, con i loro immensi giardini. Portici, sede del primo opificio d’Italia, Pietrarsa,  copiato dai russi e invidiato in tutto il mondo. Ne intravediamo i capannoni che danno sul mare.

Da Portici fu realizzata la prima linea ferroviaria d’Italia che conduceva fino a Napoli e tutti i treni che viaggiavano nel nord Italia, dopo il 1861, provenivano proprio da quelle officine. Gli mostro il primo Orto Botanico d’Europa, in zona di via Foria. Il primo Osservatorio Vulcanico, lì, a mezza altezza sul Vesuvio. E ricordo al mio amico come lo studio  dei fenomeni vulcanici abbia avuto inizio, nel mondo, proprio lì, sul Vesuvio, tanto da distinguere, la tipologia dei vulcani, in quelli di tipo vesuviano e quelli di tipo non vesuviano.

E proprio la pericolosità di quel monte, che appare oggi, tranquillo e sonnecchiante, mi ricorda come la nostra città sia adagiata su ben due caldere. Quella del Vesuvio e quella, ancora più ampia, dei Campi Flegrei, che scrutiamo dal lato nord-ovest della murata. Addirittura, stamani, vediamo nettamente il biancore della fangaia, dove la vegetazione non riesce ad attecchire, a causa delle fumarole solforose. Proprio questa condizione particolare, di galleggiamento sul magma incandescente, faccio notare al mio amico, ha segnato da millenni il carattere dei partenopei, caldi, vaporosi, incontenibili ed eruttivi.

Questa convivenza forzosa con energie telluriche ingovernabili ha temprato,  da millenni, gli abitanti di questa terra, rendendoli fatalisti,  pronti a ogni evenienza, perché, comunque venga, si troverà un rimedio e non bisogna mai disperare. Anche la morte è vista, da sempre, dai napoletani, come un’entità non avversa, da compiacere e mai da osteggiare. Il culto di morti è, difatti,  una vera predilezione per i napoletani e racconto al mio amico le intere domeniche trascorse al cimitero, da ragazzino, con i miei genitori dove, mentre loro ricercavano le tombe di tutti i loro avi, io e i miei fratelli giocavamo a nascondino tra le splendide tombe del cimitero monumentale, cimitero che gli mostro dal lato sud-ovest della merlatura del castello.

Addirittura è tale la devozione dei napoletani per i loro cari estinti, che se non se ne ha nessuno da accudire, ci si dedica alle povere anime delle centinaia di capuzzelle custodite nel Cimitero delle Fontanelle, nella zona del rione Sanità. Il mio amico è catturato dallo skyline del golfo. E come non potrebbe, visto che tutti i visitatori di Napoli ne sono rapiti tanto che la città, unica con San Paolo do Brasil, viene  ricordata, nell’immaginario collettivo, innanzitutto per la sua cartolina naturale, prima che per i suoi monumenti. Ma il tempo stringe e ci conviene prendere le mosse per il centro, anche se io stesso mi tratterrei sulla cima della città per raccontare al mio compagno d’esplorazione le tante storie che si annidano in ogni suo angolo.

Ma il tempo corre e allora decidiamo di immergerci nella città, discendendola verticalmente, attraverso la Pedamentina. Da lì, fino a Corso Vittorio Emanuele,  per prendere le scale di Montesanto e ritrovarci nella Pignasecca.  Un occhio al coloratissimo mercato del pesce e di corsa tra le vite del Centro. Ci ritroviamo a piazza san Domenico Maggiore, per infilarci tra i vicoletti e giungere a Cappella Sansevero, gioiello preziosissimo, custodito nel cuore della città. Per fortuna non c’è una fila dissuasiva e riusciamo ad entrare dopo circa venti minuti. Il mio amico ne impiega altrettanti per riprendersi dalla meraviglia che lo investe all’entrata. Gli mostro le principali opere, tutte parti di un percorso iniziatico tipico di un tempio massonico. La Pudicizia, del veneto Corradini, che ritrae la madre del principe di Sansevero, con una lapide spezzata tra le mani, a significare la morte prematura di questa, ed il velo che le cinge il corpo ed il volto, a indicare come, all’inizio di un  percorso di conoscenza, ancora non si abbia la possibilità di vedere chiaramente.

 

Di lì, a qualche passo, il Disinganno, del genovese Queirolo, che ritrae il padre del principe Raimondo di Sangro che si libera dalla rete del peccato e dell’ignoranza per vedere chiaramente. Faccio notare, al mio amico che alcune maglie della rete di marmo sono rotte a causa di un colpo inferto da un soldato tedesco col il calcio del suo fucile, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, poiché questi non credeva che fosse vero marmo, data la maestria con la quale era stata scolpita. Al centro della cappella primeggia l’opera del Sanmartino, autore partenopeo, l’ineguagliabile Cristo Velato. Alla vista di questo capolavoro, il deliquio è inevitabile. Si resta veramente pietrificati ad ammirare questo telo che avvolge il corpo del Cristo, appena deposto dalla croce, che quasi ci si dimentica di trovarsi dinanzi ad una scultura realizzata da un pezzo unico di marmo. Scorgo lo sgomento sul volto del mio amico e comprendo in pieno quanto disse il Canova, del quale, in questi mesi,è in corso una mostra imperdibile a Napoli, il quale alla vista del Cristo Velato proferì  “avrei dato dieci anni di vita pur di essere lo scultore di questo marmo incomparabile”.

Cristo velato

Ancora non ci siamo ripresi dalla vista del Cristo Velato, delle restanti opere lì presenti, del pavimento labirintico e della volta affrescata, che mi tiro per un braccio il mio amico per mostrargli la cavea sotterranea e i due corpi in essa custoditi, le cosiddette Macchine Anatomiche. Opera ancora oggi non del tutto decifrata. Alcuni sostengono essere i domestici del Principe, mummificati su ordine di questi dal medico Salerno, altri dicono siano delle ricostruzioni di due corpi, ma la cosa più sconvolgente è la riproduzione molto verosimigliante dell’intera struttura ossea,  venosa e linfatica dei due corpi.

Ancora ricordo quando vidi questa magnificenza da ragazzino e nel corpo della donna era ancora visibile il feto custodito a testa in giù. Solo in seguito scomparirà, unitamente ai piedi del corpo maschile. Ancora inquietati da tali visioni, riusciamo per strada e, passando dinanzi al laboratorio  del liutaio, che fa bella mostra dei suoi pregiati violini da una delle finestre di Palazzo di Sangro, narro, al mio amico,  l’altrettanto inquietante storia di Maria D’Avalos che ebbe scena proprio in quel palazzo. Storia di un amore tradito e di uccisioni violente, per mano del principe Carlo Gesualdo, il famoso madrigalista cinquecentesco di Napoli  che, sorprendendo la moglie in inequivocabili effusioni con l’amante, l’affascinante cavaliere dei duchi d’Andria,  Fabrizio Carafa, ne martorio’ i corpi a colpi di pugnale, per esporli in piazza, come monito.

Addirittura, qualche sinistra voce del tempo, riferisce che, sul corpo straziato della nobildonna, a tarda sera, un raccapricciante frate domenicano, approfittando nell’oscurità, abbia dato sfogo ai suoi più bassi istinti. Si narra che, da quella notte di fine cinquecento, alcuni  sentano, ancor oggi, le urla agghiaccianti della bellissima Maria D’Avalos. Impietositi da questa straziante storia e solleticati dai morsi della fame,  ci dedichiamo una piacevolissima pizza a Palazzo Petrucci, in Piazza San Domenico Maggiore. Qui il caro amico Carlo ci riserva un tavolo sulla terrazza, con bella vista sulla guglia che domina la piazza. La guglia di san Domenico, il secondo grande obelisco innalzato in città, dopo quello di San Gennaro, realizzato nel 1656 dal popolo napoletano come ex-voto al santo per scongiurare la pestilenza di quello stesso anno. Mentre ci deliziamo il palato, racconto al mio caro amico che la Cappella Sansevero fu eretta ove anticamente vi era un tempio dedicato alla dea Iside, dea egizia. Difatti, in questa zona, tra le più antiche della città, un tempo soggiornavano gli alessandrini, che importarono dall’Egitto il culto della dea della fertilità e della magia.

Nisida

Lì, un tempo, scorreva il fiume Taglina ove i sacerdoti egizi facevano le abluzioni, prima dei riti sacri. Lì, da sempre, tutti quelli che ci hanno vissuto, hanno avvertito la presenza di energie particolari che, concentrate nelle cavità sotterranee della città, si sprigionano richiamando a se gli esseri   maggiormente sensibili con l’ultraterreno. E anch’io, confesso al mio amico, di aver provato in quel luogo sempre una strana impressione, come se fossi attraversato da energie rigeneranti che mi trapassano regalandomi attimi di gioia incondizionati. Ci ridestiamo da tali pensieri col mio amico che mi confessa di dare segni da sindrome di Stendal, tali e tante sono le bellezze viste e le storie ascoltate. E allora gli riferisco che abbiamo visto neanche la centesima parte delle bellezze di cui si può godere in questa splendida ed inesauribile città, ma il tempo stringe e dobbiamo andare a recuperare l’auto su al Vomero. E allora, rapidi per le strade del Centro, prendiamo la Metro 1, che il mio amico mi ricorda di aver letto che si tratta di una delle metro più belle d’Europa. Recuperata l’auto, decido che, come chiosa finale di questa splendida giornata, non possa mancare un bel tramonto dal Parco Virgiliano. Lassù, con la villa di Pausillipon ai nostri piedi, ci prendiamo anche noi la nostra “tregua dagli affanni”, come dal significato greco della parola che denomina questo quartiere, “Posillipo”, appunto.

 

Ammirando dall’alto la Baia dei Trentaremi e l’isola di Nisida, contempliamo, a distanza, il borgo medioevale a strapiombo sul mare di Terra Murata a Procida e la retrostante Ischia, col suo Monte Epomeo. E mentre io penso che, con l’imbrunire,  le isole si stiamo facendo belle per la notte, con la miriade di lucine che prendono vita e le illuminano, il mio amico mi confida che invece a lui, tutto quelle luci  sembrano lacrime di commozione per l’imminente commiato e, mentre si gira di lato, per salutare la città, vedo una sua guancia attraversata da una goccia che rifulge lo sfavillio delle stelle oramai alte nel cielo.

Daniele

Giurista prestato, per professione, alla finanza. Appassionato d'arte, in ogni sua forma espressiva. Ama raccontare Napoli e la sua terra,  fonte infinita d'ispirazione