In giro per Napoli, sulle tracce di… Dracula

L’unica parola che riesco a leggere è la parola “Vlad”. Rabbrividisco di colpo. Come mai il nome di Vlad III Tepes, principe di Valacchia, conosciuto come Conte Dracula, si trova in una chiesa napoletana?

Approfittando del sole che il duemiladiciotto ci ha regalato prima di accomiatarsi, mi aggiro per Napoli per concedermi qualche nuova  emozione.  E con me, tanti i turisti che si godono il tepore del clima partenopeo, girovagando col naso all’insù e con gli occhi pieni di meraviglia. E con questa  inaspettata compagnia, fatta di tante lingue e accenti diversi, mi sento stranamente allegro e desideroso di nuove scoperte. Oggi, gli amici di ventura, sono rimasti a casa, vittime dei postumi dei banchetti natalizi ed io sono in compagnia solo del mio più fidato accompagnatore. Il piccolo Manu. Mio figlio, di sei anni. Mia moglie mi accusa che, portandomelo sempre appreso in queste mie passeggiate artistiche, sto forgiando un futuro graffittaro, potenziale imbrattatore di statue e monumenti. Ed invece io resto fermamente convinto che la sensibilità e il culto per il bello li si debbano coltivare fin dalla giovane età. Così facendo, l’arte e la natura li si sentiranno una cosa propria, di cui prendersi cura e che bisogna valorizzare.

Stradina dedicata a Pino Daniele

Con queste idee che mi frullano per la mente, ci ritroviamo in questa piccola stradina dedicata a Pino Daniele, nei pressi di Largo Santa Maria la Nova. Qui, nei luoghi  ove Pino Daniele, allevato dalle zie Lia e Bianca, visse la sua giovinezza, prendendo spunto dalle voci della strada per comporre le sue prime canzoni. È in questi  vicoli che Pino Daniele darà voce a Fortunato, il tarallaro, che urlava ” Fortunato tena a rroba bella, nzogna, nzogn”. E mi pare di rivedere ancora il fruttivendolo della canzone”Saglie e saglie”, che risale i vicoli con la sua “sporta chiena d’aglie”. E mentre ammiro la targa commemorativa, lì affissa sul muro con affianco, in bella mostra, la Paradis, la mitica chitarra del poeta-cantante , vengo investito da un refolo di quel” Vient”, ca trase dint’e piazze, rump’e feneste e nun se po’ ferma'”  e “ca m’ porte ‘e voci ‘e chi vo’ allucca'”.

Chiesa di Santa Maria la Nova

Con queste lieti melodie che mi ronzano nelle orecchie, mi soffermo dinanzi alla facciata della chiesa di Santa Maria la Nova. La percorro  con lo sguardo da terra fino a cima, giungendo al timpano che la sormonta. Maestosa e altera, sorta dove un tempo vi era la torre Maestra, a guardia del porto di Napoli, di cui ne preserva lo stile da cinta muraria. Santa Maria la Nova, così chiamata perché realizzata dai Frati Minori in sostituzione della chiesa di Santa Maria ad Palatium, confiscata e fatta abbattere da Carlo I d’Angio’ per far realizzare il Maschio Angioino, il nuovo castello da destinare a dimora reale. Il re angioino, infatti, conquistato il nuovo trono e  trasferitane la capitale da Palermo a Napoli, decise di realizzare un nuovo castello, visto che Il Castell dell’Ovo era troppo isolato dalla città e  Castel Capuano, di contro, era troppo distante dal mare, ed individuò, quale sito, l’area dove era presente un convento francescano, che si voleva fondato  personalmente da San Francesco, risalente al periodo svevo. A risarcimento della confisca, fu donata ai frati l’area destinata a guardia del porto e lì fu eretta la chiesa Nova in stile gotico. Dell’originaria costrizione ne restano  solo una parte delle mura perimetrali poiché, dopo circa tre secoli, se ne dovette  procedere all’abbattimento dopo che la struttura era stata gravemente danneggiata, dapprima, dai i vari terremoti che si successero tra la metà del quattrocento e ripetutamente nel corso del cinquecento e, infine,  dall’esplosione del Castel Sant’Elmo, nel dicembre del 1587. Nella notte tempestosa del 13 dicembre, infatti, un fulmine cadde nella polveriera del castello, facendo strage delle centinaia di soldati a presidio del sito e scagliando schegge impazzite per tutta la città. Una parte di esse colpì la  chiesa di Santa Maria la Nova, devastandola. La ricostruzione avvenne circa dieci anni dopo quell’evento catastrofico e nel 1596 ebbe un’accelerazione grazie alla gran mole di offerte che affluirono alla fabbrica da famiglie nobili e dal popolo, grazie ad una  miracolosa guarigione di un storpio  avvenuta proprio nella chiesa  dinanzi agli occhi di tutti. Accediamo alla chiesa da un ingresso laterale aperto su uno dei due  chiostri, essendo la porta principale inutilizzata da anni.

Facciata-della-chiesa-di-Santa-Maria-la-Nova

Soffitto ligneo della Chiesa con le 46 tavole decorative

Appena entrati ci ritroviamo a ridosso dell’altare maggiore del Fanzago e, appena voltatici sulla destra, veniamo catturati dallo scintillio del soffitto a cassettoni, decorato in oro zecchino e impreziosito da ben 46 tavole tra le quali spiccano  quelle raffiguranti la Vergine, di Fabrizio Santafede soprannominato il Raffaello napoletano.

Soffitto ligneo della Chiesa con le 46 tavole decorative

Bellissima la Cappellona di San Giacomo della Marca, subito a sinistra, dando le spalle all’ingresso principale. Sembra quasi una chiesetta a se stante, con ben 3 cappelle per lato con affreschi di Luca Giordano e Massimo Stanzione, sculture del Bernini del D’Auria ed una mostra presepiale ad impreziosirla ulteriormente.

Cappella Turbolo

A calamitare il nostro sguardo è proprio una delle cappelle. La seconda sulla destra, la cappella Turbolo. Ad attrarre la nostra attenzione è un affresco sulla destra dell’altare, che un tempo si credeva fosse la traduzione in greco dell’altro affresco, in latino, presente specularmente a sinistra dell’altare stesso. Purtroppo, l’usura dal tempo e delle modifiche apportate a posteriori, non rendono molto leggibile l’affresco. Recenti studi, però, hanno rivelato che trattasi di un codice a “uncinale” frutto della combinazione di lettere greche, coopte, egizie e aramaiche.

Cappella-Turbolo

Alla scoperta di Dracula a Napoli

L’unica parola che riesco a leggere è la parola “Vlad“. Rabbrividisco di colpo. Come mai il nome di Vlad III Tepes, principe di Valacchia, meglio conosciuto come Conte Dracula, vampiro sanguinario ispiratore dell’omonimo romanzo di Stoker si trova
in una chiesa napoletana? Un altro avventore, apparso dal nulla, visto il nostro sgomento, ci suggerisce di recarci alle spalle dell’enigmatica scritta, all’aperto nel chiostro. E allora ci fiondiamo fuori e lì, l’emozione diventa veramente incontenibile. Ci ritroviamo dinanzi al sepolcro del nobile Matteo Ferrillo, con la statua giacente supina che lo sovrasta, ma la vera meraviglia e il frontale della lapide dove siamo sopraffatti da un splendido drago al centro di due sfingi all’interno di due baldacchini, simbolo inconfondibile dell’ antica citta di Tebe, in egiziaco Tepes. Insomma abbiamo dinanzi a noi una lastra tombale con un drago e la città di Tebe e quindi con sopra scritto, in forma criptata Dracula Tepes. Restiamo senza fiato.
È stata una studentessa napoletana, Erika Stella, che, preparando la sua tesi, incuriosita da questo sepolcro, ne fotografo’ il frontale e lo condivise con vari studiosi. Tra questi, dei ricercatori dell’università di Tallin, in Estonia, da tempo sulle tracce del Conte Dracula, subito sfatarono ogni dubbio. La tomba di Dracula era lì, a Napoli, in Santa Maria la Nova. E tante sono le coincidenze che lasciano supporre, con verosimiglianza, che la vera tomba di Dracula sia propria questa e non quella ufficialmente ritenuta tale, ubicata a Snagov,  su di un’isola all’interno di un lago in Romania. Infatti gli scavi lì eseguiti hanno rinvenuto, in una tomba, resti animali e non umani e in un’altra un corpo elegantemente vestito con un anello col simbolo del drago, ma dotato di testa e invece, secondo la leggenda, i Turchi, ammazzato il Conte, lo decapitarono  e spedirono la testa al Sultano di Costantinopoli. In realtà pare che il Conte Vlad fu si catturato dai Turchi, ma venne da questi riscattato da una donna di oscure origini balcaniche che  viveva a Napoli, al secolo Maria Balsa. Questa, avvalendosi anche dell’operato del Pio Monte della Misericordia, organizzazione filantropica che aiutava a riscattare i “captivi”, i cristiani “catturati” dai Turchi, riscatto’ il padre che poté vivere gli ultimi suoi anni a Napoli e qui venne sepolto. La sepoltura è probabile sia avvenuta in una tomba di famiglia. E un componente della  famiglia Ferrillo, Giacomo Alfonso Ferrillo, figlio di quel Matteo, del cui sepolcro si tratta, sposo’ proprio una misteriosa donna, figlia adottiva di Andronica Comnena, vedova dell’eroe albanese Skanderberg. Quest’ultima, dopo la morte del marito, si rifugiò a Napoli ospite del re Ferrante d’Aragona. Al suo seguito, una bambina di sette anni, Maria, che lei presentava come figlia di sua sorella, ma che altri non era che la figlia di Vlad III il cui nome di famiglia era Balsarab, da cui il cognome della bimba, Balsa. Balsa, che deriva dall’antico rumeno Bal, che significa Dragone, e il suffiso Sal, che significa “Figlia”, quindi Maria Balsa: Maria Figlia del Drago. È verosimile che  Maria Balsa fosse affidata alla famiglia dei regnanti albanesi Skanderbeg,  in virtù del fatto che questi erano membri dell’Ordine del Drago che assicurava reciproca assistenza anche ai familiari dei suoi associati. L’Ordine del drago, ordine militare fondato per contrastare l’espansione degli ottomani, vedeva tra i suoi fondatori, oltre alla famiglia albanese Skanderberg, anche la famiglia rumena dei Conti Vlad, cui apparteneva il Conte Dracula, e anche Ferdinando d’Aragona, re di Napoli. Di quest’ultimo era nipote il nostro Giacomo Alfonso Ferrillo. Un uomo di tale lignaggio non poteva di certo sposare un’ orfana ed infatti Maria Balsa era, per l’appunto,  una principessa balcanica. Alcune verifiche più recenti, con l’ausilio di una termo camera, hanno anche dato una vena magica a tali supposizioni evidenziando un calore anormale nella parte bassa della lapide sepolcrale ove è presente una croce che non ha nulla di mistico, come si credeva, ma è in realtà un simbolo uncinato dall’aspetto diabolico.

Tomba-di-Matteo-Ferrillo-Dracula

A maggior comprova della fondatezza della tesi che nella cappella Ferrillo si possano trovare i resti mortali del Conte Vampiro, la presenza, di lato, di un altro  monumento funerario con una scritta che indica essere la tomba propria di  Andronica Comnena, madre adottiva di quella Maria Balsa. Il nome Maria è anch’esso  scolpito chiaramente su quest’ultima lapide sepolcrale, per cui se ne deduce che tale tomba fu utilizzata anche per ospitare i resti mortali della figlia di Dracula. Insomma, innanzi ai nostri occhi, abbiamo le tombe di Dracula e della figlia Maria  l’una affiancata all’altra. Sono totalmente paralizzato dalla strana inquietudine che si prova quando un oscuro segreto ti viene rivelato.
Ultimata la visita, rientriamo a casa, io e mio figlio, un po’ storditi e un po’ trafelati ma sicuramente affascinati dalla ricchezza di  leggende, enigmi e segreti che  la nostra  Napoli cela in ogni suo angolo. 

Daniele

Giurista prestato, per professione, alla finanza. Appassionato d'arte, in ogni sua forma espressiva. Ama raccontare Napoli e la sua terra,  fonte infinita d'ispirazione