La scultura marmorea, questa fredda sconosciuta. Un materiale plasmato dall’uomo e dal tempo.

La completezza nell’incompleto. La fissità e il movimento. “..nel marmo e nella pietra il duplice fremito della carne e del pensiero..” ( Octave Mirbeau)

Aveva ragione Marguerite Yourcenar quando considerava il “Tempo, grande scultore”, sostenendo che una statua di marmo antica, prima nasceva sotto le mani dello scultore e poi, una volta realizzata, ri-nasceva, per ri-avviare il conto alla rovescia della sua vita. Un passare del tempo che ha portato come conseguenza la trasformazione di questa materia: dagli scempi dei cristiani o dei barbari, all’esposizione al vento marino; dai piedi di un platano, al martello degli iconoclasti. Sono arrivate in condizioni singolari, fino a noi, incomplete, frammentarie, carenti di parti che le caratterizzavano. Eppure questo segno del tempo, non sembra disturbare: come una rosa di cui siamo consapevoli che appassirà; come i corpi che ben sappiamo, poi, invecchieranno. E’ il ciclo della vita che con paradossale miracolo colpisce anche gli oggetti.

La Venere di Milo

La Venere di Milo, (Parigi, Louvre)

Così la Venere di Milo, del II secolo a.C., rinvenuta nel 1820 e acquistata per il Louvre, si apprezza nella sua elegante postura, mentre mostra nuda la parte superiore del corpo e rivela il delicato panneggio che le cinge la vita, colto nell’attimo in cui sembri stia per scivolare via, perde le braccia. Il disegno della base sulla quale era poggiata porta la firma di un certo Agesandro di Antiochia sul Meandro e i caratteri corrispondono al periodo ellenistico. Allo stesso modo, la Nike di Samotracia, o dea della Vittoria

Nike

Nike di
Samotracia (Parigi, Louvre)

risalente anch’essa al II secolo a.C., con le sue ali spiegate e l’impetuoso drappeggio, senza dubbio commemorante una grande vittoria navale, molto probabilmente di un sovrano ellenistico, smarrisce la testa. Tuttavia non sembra esserci niente di più visibile dell’assenza di codeste parti. Queste opere permettono ai nostri occhi di guardare l’invisibile e di poter conoscere ciononostante, la loro storia.

Una storia che cambia ad ogni passo che facciamo verso di esse o allontanandoci da esse, quando le ammiriamo nella sala di un museo o nel giardino di un palazzo. Similmente quando gli giriamo intorno, verso destra o verso sinistra. Ogni step una statua nuova, un nuovo profilo, una nuova scoperta. Mille statue in una sola. Idem quando a decidere è la volontà di Apollo. Allora la luce che bacia il blocco marmoreo scolpito, è dotata davvero del potere di trasformarla: dal bagliore che solo il marmo bianco può rimandare, alla penombra che può rendere visibili spicchi dell’opera, come accade per la luna.

Così per rispetto o per pudore, il pensiero che ci sfiora di toccarla, subito retrocede. Evidentemente ciò non era apprezzato, almeno nel XV-XVI secolo, a Roma, quando nella disputa tra le arti, la pittura aveva primeggiato. Bastarono però cento anni per ri-dare alla scultura la giusta considerazione.

Questo cambiamento iniziò con il Bernini, cui seguì un adeguato riguardo che rese dignità alle grandi botteghe /imprese che attraverso il duro lavoro studiavano metodi e tecniche innovative per cercare di rendere più agevoli anche i processi di produzione (come quelli di innalzare i modelli a grandezza naturale direttamente sul luogo e il trasferimento del modello nel blocco di marmo). Per non parlare della difficoltà della lavorazione del materiale stesso, poiché l’artigiano doveva fare i conti anche con le sue particolarità strutturali, poiché poteva contenere al suo interno le cosiddette linee di fenditura le quali in qualsiasi momento avevano facoltà di compromettere la lavorazione del pezzo con il rischio di romperlo. Analogamente si potevano trovare delle macchie scure all’interno del materiale che ovviamente mal si accostavano al candore di certi marmi.

Una lettura approfondita al riguardo è il saggio di Chiara Piva sulla più famosa bottega romana della seconda metà del 1700, e cioè quella

Les Voyageurs

Les Voyageurs, Bruno Catalano, Marsiglia 2013

di Bartolomeo Cavaceppi a Roma. Così mentre la Yourcenar denunciava la mancanza di parti sulle sculture antiche, un artista contemporaneo come Bruno Catalano, ha impressionato con le sue sculture in bronzo dipinto, definite i “Voyageurs”, i “Viaggiatori” collocate a Marsiglia, capitale della cultura europea 2013.

L’artista non inserisce intenzionalmente alcune parti del corpo, procurando un flashback della scultura antica, utilizzando “il difetto”per esprimere in metafora una condizione interiore dell’uomo.

Anche in questo caso vengono meno, pezzi determinanti, ma la nostra mente li intuisce senza indugiare, come quando guardiamo qualcosa con la coda dell’occhio. Non si tratta allora, di immaginare ciò che non c’è; si tratta di ammirare anche ciò che manca.

E’ una visione del tutto particolare, che ha come fine l’aspetto fondamentale della valorizzazione dell’opera, che in questo caso compete anche a noi. Del resto queste statue antiche sono come viaggiatori nel tempo, giunti ai nostri giorni con la forza della resistenza

 

 

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