Napoli: “Cappella Sansevero, scrigno d’arte e magia”

Capella Sansevero: scrigno di tesori nel cuore di Napoli, colpisce la statua del Cristo velato…

Napoli: domenica di inizio giugno. L’estate è esplosa all’improvviso. È mattina presto e già c’è un’ afa che ti smorza il fiato. Io e mio figlio pensiamo bene di rifugiarci tra le mure fresche di una cappella, tra i vicoli del centro storico di Napoli.  Non certo tra le mura di una cappella qualsiasi, bensì  quelle della cappella per antonomasia: la Cappella Sansevero.

Capella Sansevero: scrigno di tesori nel cuore di Napoli

Uno scrigno di tesori, nel cuore di Napoli. Considerata tra i musei più affascinanti d’Europa, Cappella Sansevero è per me il luogo dove andarmi a rifugiare quando ho bisogno di ricaricarmi di bellezza. Bellezza intesa non quale semplice fruizione visiva di qualcosa di gradevole, ma come categoria dello Spirito. Una bellezza intesa come essenza, che ti riempie, ti satura e ti esalta, proiettandoti verso un livello più elevato di consapevolezza.

Mio figlio di 7 anni già è stato ospite di queste mura, ma mai  visitandole ed apprezzandole in maniera totalmente immersiva, sempre distratti da amici accompagnatori o perché presi da eventi e spettacoli ai quali partecipavamo.  Stamani ho deciso, invece,  che ce la goderemo in esclusiva, solo io e lui, quasi fosse un viaggio iniziatico alla scoperta dei segreti più reconditi della Cappella. Una visita fatta con occhi diversi, che non si limitino a scrutare solo ciò che è visibile in apparenza, ma che si spingano in profondità, per rinvenirne i vari segni massonico-alchemici di cui è disseminata.

Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero

Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, Gran Maestro della Massoneria Napoletana, a metà del ‘700,  costretto a lasciare il suo ufficio a causa delle forti pressioni del mondo ecclesiastico e politico, si vide obbligato a chiudere la sua tipografia privata e decise di trasmettere  il suo messaggio utilizzando proprio la cappella di famiglia, come fosse un libro. Un libro fatto non di carta, bensì di pietra, con varie opere scultorie dai multiformi significati.  Per tale impresa, il Principe chiamò a se i migliori artisti del tempo, da ogni parte d’Italia, e  realizzò un vero e proprio tempio massonico.

Via De Santis: ingresso Cappella Sansevero

Ed eccoci, di buon’ora, a Piazza San Domenico. Pochi passi e siamo in via De Santis, avanti all’ingresso della Cappella Sansevero. Per fortuna i turisti in visita sono ancora pochi e noi entriamo tranquillamente, senza fare file estenuanti. Appena oltre l’uscio, richiamo subito l’attenzione di mio figlio sulla prima statua posta proprio sopra l’ingresso principale.

Il gruppo scultorio dedicato a Cecco di Sangro, il primo principe di Sansevero. Mio figlio, impressionato dal fatto che la statua sembra quasi rovinarci addosso, mi domanda come mai  sia ritratto mentre esce da una cassa con la spada sguainata. Gli racconto che questa statua  ricorda l’evento storico che vide questo avo del Principe di Sangro protagonista di una guerra nelle Fiandre, ove riuscì a penetrare le linee nemiche proprio facendosi rinchiudere in una cassa e dalla quale ne uscì sorprendendo i nemici alle spalle.

Lo invito, però, a guardarla con occhio più attento, e così gli faccio notare che, in realtà, Cecco di Sangro simboleggia  il Custode del Tempio.

Il Custode del Tempio

Il Custode che sorveglia, in armi, l’ingresso a questo luogo misterico, intimorendo coloro che hanno non lodevoli propositi. Si narra che il Principe, ispirato dalla storia di questo suo avo, quando si senti’ prossimo alla fine, si fece fare a pezzi da un suo inserviente e fece riporre i suoi brandelli, ordinati, in una cassa, comandando che questa dovesse essere aperta solo dopo un tempo predefinito. I suoi familiari, però, non pazientarono quanto necessario e, curiosi, aprirono anzitempo la cassa. Fu così che videro il corpo del Principe in fase di ricomposizione, ma quell’incauta riapertura ne interruppe il processo, facendo dissolvere il tutto in una nebulosa, seguita da un urlo terrificante.

I due Sorveglianti, posti a Occidente ed Oriente

Superato il Custode del Tempio, ci imbattiamo nei due Sorvegliati, posti a Occidente ed Oriente. Si tratta delle due statue, l’Educazione, alla nostra destra, con una donna che impartisce lezioni di morale ad un giovinetto, e la Liberalità, alla nostra sinistra, con una cornucopia traboccante di monete d’oro ed un compasso, in segno di generosità ed equilibrio. Queste statue richiamano, simbolicamente, le  colonne poste all’ingresso dell’antico Tempio di Salomone a Gerusalemme e, come queste, stanno a rappresentare il passaggio da una dimensione terrena ad una dimensione trascendentale. Accediamo, metaforicamente, al Tempio e incontriamo le sculture della Soavita’ Del Giogo Coniugale e della Sincerità, con cuori fiammeggianti tra le mani rappresentanti l’amore, la fedeltà e la purezza. Quest’ultime, così come le precedenti,  sono realizzate con sullo sfondo delle sezioni di piramidi, chiaro richiamo alla sapienza egizia. A quella sapienza tramandata da Ermete Trismegisto, il tre volte saggio. Sapienza che trova omaggio in  questa cappella sorta sulle rovine del tempio della dea Iside, la dea egizia della maternità e della magia.

Statue: Pudicizia e Disinganno

Penetrando ulteriormente nella Cappella, ci imbattiamo nelle due tra le più belle statue presenti in questo luogo magico. Si tratta della Pudicizia e del Disinganno. La prima, del veneziano Corradini, ritrae la madre del Principe, Cecilia Gaetani d’Aquila d’Aragona, morta precocemente, quando Raimondo di Sangro non aveva ancora compiuto un anno. È rappresentata con una lapide spezzata a significare la prematura dipartita, ma quel che colpisce è la maestria con la quale appare velata. Un velo le cinge tutto il corpo, dalla testa ai piedi, lasciandone intravedere tutte le forme. Mio figlio, particolarmente incuriosito da quel corpo conturbato, mi domanda perché sia ritratto velato. Gli spiego che il Principe intendeva, con tale scultura, rappresentare il viaggio di conoscenza che fa l’Iniziato, il quale passa da una stato di misconoscenza, come se avesse un velo che ottunde, ad una conoscenza vera.

Ed ecco, poco più in là, la statua del Disinganno,  del genovese Queirolo, dedicata al padre del Principe. Questa scultura rappresenta l’avvenuto disvelamento della verità, attraverso la lacerazione della rete dell’ignoranza, lacerazione che avviene con l’ausilio dell’angelo che  simboleggia la ragione. Poi, salendo sull’altare, innanzi al Signore Onnipotente, che in realtà richiama la figura del Grande Architetto, ecco i due Segretari,  i due angeli di cui, uno, declama le virtù e l’altro, prende nota.

Cappella Sansevero e statua del Cristo Velato

Ma la scultura che non può non catturare tutta la nostra attenzione è quella posta, oggi,  proprio innanzi all’altare. Stiamo parlando della scultura realizzata con un unico pezzo di marmo e che attrae migliaia di visitatori da tutto il mondo.  Per la sua magnificenza, più unica che rara, questa statua solletica la fantasia di molti che ritengono sia frutto dell’azione marmorizzante impressa dal Principe su di un velo, pietrificandolo. Il Sanmartino, artista napoletano, superò i più grandi d’ogni tempo con questa sua  opera e lo stesso Canova, anni addietro, giunse a dire, al cospetto del Cristo Velato, che avrebbe dato dieci anni della sua vita se solo fosse stato capace di tale ingegno.

Questa statua, un tempo, giaceva nella cavea sotterranea, accessibile solo ai pochi che giungevano ai massimi gradi della Massoneria e che ne meritavano la visione. Oggi è l’elemento centrale della Cappella, catalizzando l’attenzione di tutti i visitatori che restano avvinti dalla grandiosità di questo manufatto che sembra riprendere vita innanzi a loro.

Questa statua è velata, come la Pudicizia, ma in questo caso il drappo è così lieve da preannunciare la vita che risorge. Quel velo, aderendo alla fronte, rende visibili le vene del capo che, con il loro rigonfiarsi, preannunciano la vita che rifiorisce. Il velo si infila in una narice, trattenuto dal respiro che rigonfia il ventre e aderisce alle piaghe delle stimmate delle mani e dei piedi, con tale naturalezza, che quasi ti viene voglia di staccarlo con le tue mani, per dare sollievo a quel corpo martoriato.

Mio figlio, anch’egli impressionato da tale visione, mi domanda perché un Cristo è presente in questa cappella che abbiamo riscoperto essere, solo in apparenza, cristiana, essendo ormai, ai nostri occhi, chiaramente massonica. Gli rivelo che secondo la dottrina della libera muratoria, i fratelli massoni, che giungono alla fine del loro cammino iniziatico, come il Cristo, dopo la morte, risorgono a nuova vita, fatta di conoscenza e di liberazione dalle superstizioni dell’ignoranza. Disvelato sino all’ultimo dei significati  di questo luogo unico al mondo, risparmiandoci la cavea, col suo spettacolo di macchine anatomiche che tanto altro avrebbero da dirci e la cui visita ci riserviamo per un’altra occasione, riprendiamo la via di casa, io nuovamente ricaricato di quell’energia che solo la fascinazione del sublime può darti e mio figlio un po’ confuso dai tanti messaggi seminascosti appresi in questo nostro viaggio di conoscenza.

Daniele

Giurista prestato, per professione, alla finanza. Appassionato d'arte, in ogni sua forma espressiva. Ama raccontare Napoli e la sua terra,  fonte infinita d'ispirazione