Napoli da scoprire: Capo Miseno zona dei Campi Flegrei tra storia e cultura

Napoli una città dove la storia e le meraviglie fanno da padrona, vi racconto uno dei miei tanti viaggi alla scoperta di Campo Miseno.

Napoli una città dove la storia e le meraviglie fanno da padrona, vi racconto uno dei miei tanti viaggi alla scoperta di questa città che toglie il respiro dalla tanta bellezza. Mi alzo con l’allegria che ho sempre  avuto in questo giorno di festa. Da ragazzo non scappava  Festa di Liberazione che non mi vedesse partecipare a manifestazioni, rievocazioni, incontri con chi aveva vissuto, in prima persona, quelle giornate di ribellione. Ancora ho in mente le parole di una partigiana che, alla mia domanda su cosa le fosse rimasto,  in termini di emozioni e sensazioni, più nettamente impresso di quei giorni, rispose, candidamente, che ciò che  non poteva proprio rimuovere dalla sua memoria e della quale sentiva una nostalgia infinita, era il profondo sentimento di fratellanza che accomunava tutti coloro che partecipavano a quella  guerra di liberazione. Da ogni parte si lottasse e a qualsiasi ideale si aderisse, la sola consapevolezza di lottare contro l’oppressione nazista, contro le leggi razziali, contro quella guerra infame, che da guerra lampo, si tramuto’ in una guerra infinita, rendeva tutti i partecipanti veramente fratelli e figli della stessa Patria. Quella Patria ancora non rinsaldata a dovere, a causa della scelleratezza di una casa reale, quella sabauda, che più che unificare gli stati preunitari, occupò con violenza il Sud e annesse, forzatamente, gli stati del centro nord.

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Napoli: orgoglio e coraggio del popolo 

Io, come giovane partenopeo, oltre ad aver sempre provato grande orgoglio per il coraggio mostrato dal popolo napoletano che, per primo, in Europa, si liberò, autonomamente, dall’occupante tedesco, preparando l’ingresso in citta delle forze alleate e non supportato da queste, ho sempre apprezzato l’idea che, oltre a cacciare i nazisti e zittire i fascisti, la guerra di liberazione si fosse conclusa con la cacciata dall’Italia anche della famiglia Savoia. La cacciata del re e del suo seguito, sancita  da una norma costituzionale che ne decretava l’esilio perpetuo per il sovrano e per i suoi discendenti maschi, norma poi abrogata nel 2002.

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Guerra di occupazione con eventi drammatici inferti al popolo italiano

Non poteva che concludersi con tale epilogo la storia di una casa regnante che, furbescamente, con l’appoggio di potenze straniere (vedasi il governo britannico) e approfittando di un momentaneo stato di debolezza del Regno delle due Sicilie, a causa della dipartita di Ferdinando II e dell’assunzione della corona da parte del figlio Francesco poco più che ventenne, impose un’unificazione, che invece d’essere un processo federativo alla pari, tra Stati con uguale dignità, fu una vera occupazione.

Guerra di occupazione, altro che risorgimento, che, in termini di efferatezza, nulla ebbe da invidiare alla ferocia nazista. Basti pensare alle distruzioni delle città di Pontelandolfo e Casalduni, rase al suolo per rappresaglia, che non furono meno odiose di altri eccidi che verranno poi con la seconda guerra mondiale: Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fosse Ardeatine ed altre.

L’unica diversità tra questi eventi drammatici fu che gli ultimi vennero inferti al popolo italiano da un paese, prima alleato e poi divenuto nemico, la Germania nazista (e anche in questo tardivo cambio di casacca si manifestò, per l’ennesima volta, la codardia del re sabaudo, facile voltagabbana), mentre nelle prime fu lo stesso esercito italiano che, in una guerra di occupazione dei territori del Sud, fece rappresaglia su altri italiani, rei di non sopportare più le violenze e gli abusi di un esercito che si fregiava del tricolore, ma parlava francese, come il suo re, Vittorio Emanuele.

Tali sono sempre stati i sentimenti che mi ha ispirato la guerra di Liberazione partigiana. Guerra di liberazione dallo straniero e dal proprio re, che tanto danno aveva fatto al suo paese,  dalla sua fondazione fino alla consegna dello stesso a Mussolini, e che aveva, in particolare, depredato e saccheggiato il Sud. 

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Una giornata in totale relax a Napoli alla scoperta di Capo Miseno

Oggi,  2019, intendo ancora festeggiare questa ricorrenza in spregio ad alcune sortite di eminenti rappresentanti del Governo che ancora stanno a pontificare che tale festa è una questione riguardante le parti allora opposte sui due fronti e non invece un atto fondativo della nostra coscienza nazionale e civile. Ed eccoci, allora, io e mia moglie, prendere la via del mare per festeggiare in totale relax. Pensiamo bene di dirigerci a Capo Miseno, nella zona dei Campi Flegrei.

Capo Miseno

Si tratta di un territorio che mi ha sempre molto affascinato e al quale mi sento molto legato. Già gli antichi avvertivano la magia di questi luoghi, collocandovi, addirittura, l’accesso agli inferi nei pressi del lago d’Averno, come narrava Virgilio nell’Eneide. Ma questi luoghi, oltre a prestarsi a narrazioni mitiche e divenire sede di innumerevoli templi, i cui resti impreziosiscono ancor oggi il territorio, avevano, in epoca romana, anche una grande importanza militare.

Al porto di Miseno era, infatti, di stanza la flotta militare più importante dell’Impero. Da questo porto Plinio il Vecchio, al tempo comandante dell’armata imperiale, salpo’ con le sue navi per dare soccorso alla popolazione di Pompei, non facendone ritorno, restando anch’egli vittima della disastrosa eruzione, così come racconta il nipote di questi, lo storico Plinio il Giovane. Noi giungiamo fino alle pendici di Capo Miseno, con la sua caratteristica forma conica, con la punta piatta. Sembra quasi un cumulo di terra raccolto apposta, lì, per dare conclusione a quella lingua di sabbia rettilinea denominata lungomare di Miliscola, a ricordo della scuola militare navale romana che forgiava, in quei luoghi, i migliori marinai del tempo. 

Lago D'Averno

Credo proprio che quella sua forma caratteristica, da tumulo, abbia ispirato la leggenda che narra che proprio lì, Enea, diede sepoltura  al suo amato amico Miseno, abile suonatore di tromba, che osò sfidare Tritone in una gara di musica e ne rimase avvinto tra i flutti del mare. Quasi emozionati dal ricordo di questo racconto, che scava le sue origini in millenni di storia, ci adagiamo sulla soffice spiaggia, dinanzi ad un mare cristallino. Ed allora penso in quale territorio paradisiaco io abiti. Un luogo che ci regala, in questa giornata di  fine Aprile, un sole  estivo che ci arde la pelle e un mare che ci accoglie tra le sue acque rinfrescanti. Terminato il bagno e  realizzati, insieme a mio figlio, una serie di castelli di sabbia ornati di conchiglie, ci concediamo un pranzo luculliano a base di piatti di pesce annaffiati con un’eccellente Falanghina dei Campi Flegrei. Non si immagina quale piacere si provi a degustare piatti così succulenti con i piedi scalzi che accarezzano la fresca sabbia. 

Il sole incomincia a declinare abbandonando quella lanugine che tutto ammanta nelle ore di solleone, lasciano spazio ad una luce debole che rende i colori più accesi e più vivi. Questa è l’ora che più amo della giornata. Il sole ti accarezza con un fare delicato, quasi a volerti salutare, dopo un’intensa giornata trascorsa insieme, e le isole di Procida e Ischia, che sembrano sonnecchiare sulle acque placide del golfo, appaiano con colori più autentici e sembrano ancora più vicine,  quasi le si potesse toccare con una mano. È tardi ed è tempo di rientrare e così riprendiamo la via di casa, con una strana melanconia, forse la stessa che ci raccontava l’anziana partigiana in ricordo dei tempi andati, quasi come se una parte di noi fosse rimasta a mirare quello spettacolare paesaggio e non intenda ritornare alla normalità.

Procida e Ischia da Capo Miseno

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Daniele

Giurista prestato, per professione, alla finanza. Appassionato d'arte, in ogni sua forma espressiva. Ama raccontare Napoli e la sua terra,  fonte infinita d'ispirazione