BTp e spread, perché la scarsa liquidità dei bond aumenta volatilità e speculazione

Il report della Banca d’Italia sui BTp è stato l’occasione per entrare in possesso di cifre assai interessanti sui movimenti dei nostri titoli di stato, in forte tensioni sui mercati sin dalla metà del maggio scorso, quando si sono avviate le trattative per formare il governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, entrambe formazioni euro-scettiche. […]

Il report della Banca d’Italia sui BTp è stato l’occasione per entrare in possesso di cifre assai interessanti sui movimenti dei nostri titoli di stato, in forte tensioni sui mercati sin dalla metà del maggio scorso, quando si sono avviate le trattative per formare il governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, entrambe formazioni euro-scettiche. Secondo il governatore Ignazio Visco, gli scambi sul mercato diminuirono in misura considerevole nella seconda metà di maggio, scendendo nell’ultima settimana ad appena 2 miliardi di euro a seduta contro una media di 11 miliardi per i primi mesi dell’anno. Da allora, si registra una risalita, ma lo spread a 300 punti base sulla scadenza a 10 anni segnala il mancato ritorno al grado di liquidità di inizio 2018. Chiaramente, man mano che gli scambi sono diminuiti, i rendimenti dei bond sono cresciuti, specie nel tratto a breve, esplodendo proprio alla fine di maggio per poi parzialmente normalizzarsi nei mesi successivi.

Cos’è accaduto? Che la minore liquidità ha ampliato le distanze tra denaro e lettera, quelli che in gergo sono chiamati “ask” e “bid” price, ossia i prezzi richiesti e offerti dai due lati del mercato. Quando ci sono pochi acquirenti e/o offerenti su di esso, i prezzi stentano a formarsi, in quanto il divario tra quelli pretesi da chi vende un titolo e quelli offerti da chi vuole acquistare tende ad essere ampio. Questo aumenta i tempi di negoziazione e accresce la volatilità del titolo, in quanto il prezzo a cui si stringe l’accordo tende a oscillare parecchio di seduta in seduta e nel corso della medesima seduta, a seconda della presenza o meno di grossi ordini di acquisto o di vendita, com’è accaduto proprio ai BTp emessi dall’Italia.

In poche parole, con la nascita del nuovo governo, il mercato si è quasi ritirato con riferimento ai titoli di stato italiano, restando alla finestra e volendo verificarne le azioni. Per questo, sono bastati in questi mesi volumi relativamente piccoli di acquisto o di vendita per smuovere i prezzi in alto o in basso anche di parecchio, con la conseguenza che abbiamo assistito al crollo o all’impennata dei rendimenti anche nel giro di poche ore. Sappiamo, infatti, che l’unico acquirente marginale stabile dei BTp è rimasta la BCE. Questo spiega in parte la ragione per cui nemmeno gli investitori istituzionali si siano voluti buttare sull’ultimo BTp Italia emesso giorni fa, pur a fronte di una cedola minima garantita piuttosto generosa. Essendo il titolo poco liquido (ordini per appena 860 milioni da parte degli investitori retail), diventa difficile cederlo prima della scadenza, a meno di mettere in conto una fluttuazione dei prezzi anche consistente.

La liquidità è importante sui mercati. La presenza di pochi acquirenti e venditori non garantisce condizioni sufficienti per scambi pronti e a prezzi prossimi a quelli segnalati dallo stesso mercato, visto che chi vende deve attendere di trovare l’acquirente giusto e chi compra il venditore più cedevole. Ed ecco spiegata la ragione per cui minore il grado di liquidità, maggiore il ruolo della speculazione.


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