Busta paga: TFR, Rol, ferie e permessi, termini di prescrizione e come chiederli

Nel caso in cui il datore di lavoro non eroga nei confronti del lavoratore tutti i diritti riconosciuti della legge. Il lavoratore entro quanto tempo può agire nei confronti del datore?

La busta paga è composta da tante voci e di crediti lavorativi che spettano, come TFR, Rol, ferie e permessi. Analizziamo nello specifico i diritti dei lavoratori rispondendo al quesito di un nostro lettore:

Buongiorno, Ho letto l’articolo presente a questo link:  https://www.notizieora.it/affari/busta-paga-se-il-datore-non-paga-cosa-fare/

Intanto Vi ringrazio per la semplicità nella descrizione di quanto nell’articolo, problemi che si stanno verificando nell’azienda in cui lavoro da 28 anni, gia dal 2012…

Desidero porre una domanda:

lavorando da 28 anni in maniera continua per lo stesso datore di lavoro, posso chiedere quello che mi deve da 28 anni (per esempio festività, lavoro domenicale, adeguamento livello, riposi non goduti, differenze su buste paga, ecc) o non posso andare a prima degli ultimi dieci anni?

Sono confusa in merito, poichè qualcuno dice no. Ma non potevo andare via dal lavoro per “far valere i miei diritti” in quanto unico genitore in famiglia monoreddito e unico ad occuparsi dei figli (tutto documentabile).

Grazie sin d’ora. Cordialità

Diritti e tutele dei lavoratori

Dobbiamo dire che il lavoratore che vuole tutelare i propri diritti e quindi riscuotere i crediti che ha maturato come: il trattamento di fine rapporto (TFR), le retribuzioni delle buste paga, il risarcimento per omesso versamento dei contributi, e altro, per non imbattersi nella prescrizione del diritto e quindi nella perdita di tale diritto è tenuto a volgere delle azioni entro determinati termini individuati dalla legge.

La prescrizione dei diritti è determinata dal codice civile. Infatti l’art. 2934 illustra l’estinzione dei diritti: “Ogni diritto si estingue per prescrizione, quando il titolare non lo esercita per il tempo determinato dalla legge. Non sono soggetti alla prescrizione i diritti indisponibili e gli altri diritti indicati dalla legge”.

La prescrizione, nel mondo del lavoro avviene col trascorrere dei giorni che implicano al lavoratore la perdita del diritto al pagamento di quanto non riscosso, come disposto dall’art. 2935 del codice civile “comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere”.

Gli articoli, del codice civile, successivi parlano dell’inderogabilità della prescrizione. “Non può rinunciare alla prescrizione chi non può disporre validamente del diritto. Si può rinunciare alla prescrizione solo quando questa è compiuta. La rinuncia può risultare da un fatto inconciliabile con la volontà di valersi della prescrizione”.

Chiarito l’aspetto generale della prescrizione, entro nell’ambito che più la interessa quello dei crediti lavorativi.

La prescrizione per i crediti lavorativi può essere in base alla loro natura: quinquennale, decennale e presuntiva di uno o tre anni.

Busta paga e crediti lavorativi, ecco quelli che si prescrivono in 10 anni

Poiché non ci sono in assenza degli elementi normativi specifici, facciamo riferimento ad un’ampia giurisprudenza, che ha riconosciuto un termine di prescrizione di 10 anni nei seguenti casi:

  • fa valere diritti relativi al passaggio di qualifica;
  • ottenere il risarcimento del danno contrattuale compreso il danno per omesso versamento contributivo totale o parziale;
  • le erogazioni una tantum;
  • il diritto all’accertamento della natura subordinata del rapporto nonché il diritto al riconoscimento del rapporto a tempo indeterminato e non a termine.

La Cassazione considera il termine di prescrizione di 10 anni, anche per chiedere il pagamento dell’indennità sostitutiva per ferie non godute e dell’indennità sostitutiva per riposi settimanali non goduti. Il diritto rivendicato, poiché è direttamente correlato a un inadempimento contrattuale del datore di lavoro, ha natura risarcitoria e non retributiva.

Busta paga e crediti lavorativi che si prescrivono in 5 anni

Il legislatore ha accordato, per i crediti da lavoro, a tutela del lavoratore ex art. 2948 c.c., una prescrizione estintiva di 5 anni per tutti quei crediti che abbiano una natura di carattere retributivo caratterizzati da una certa periodicità. Come ad esempio lo stipendio mensile, quindicinale, settimanale.

La prescrizione estintiva di 5 anni si applica anche per le indennità di fine rapporto, e per tutte le altre indennità spettanti per la cessazione del rapporto, come ad esempio: l’indennità sostitutiva del preavviso. La prescrizione di 5 anni opera anche per i crediti dovuti alle differenze retributive riconosciute per la qualifica superiore, quindi le differenze retributive.

Busta paga e crediti lavorativi che si prescrivono in 1 o 3  anni

Dobbiamo precisare che esiste nell’ambito dei crediti da retribuzione una prescrizione così detta presuntiva che si basa sulla presunzione dell’estinzione del credito da lavoro, una volta che sia trascorso un determinato periodo di tempo, nello specifico:

  • un anno per le retribuzioni pagate con cadenza non superiore al mese;
  • tre anni per le retribuzioni corrisposte con cadenza superiore al mese.

Le retribuzioni con cadenza non superiore al mese sono le retribuzioni indicate normalmente nella busta paga. Si fa riferimento soprattutto agli eventuali errori di calcolo della stessa. Le retribuzioni con cadenza superiore al mese sono ad esempio la tredicesima mensilità, la quattordicesima e le altre retribuzioni aggiuntive.

Va ricordato che ci troviamo dinanzi ad una presunzione legale suscettibile di sovversione in sede di giudizio, in cui l’onere della prova svolge un ruolo molto importante.

Non c’è bisogno dell’avvocato per richiedere il credito lavorativo

Non c’è bisogno dell’avvocato per ricordare al datore di lavoro che è in mora coi pagamenti, basta un semplice sollecito fatto per iscritto dallo stesso dipendente e non dal legale. Ciò serve a non inasprire gli animi e, nello stesso tempo, a ricordare all’imprenditore i propri doveri contrattuali.

La possibilità di un tentativo di conciliazione

La legge consente al lavoratore di rivolgersi alla Direzione Territoriale del Lavoro (DTL).

Qui bisogna richiedere un tentativo di conciliazione facoltativo presso la relativa commissione. In pratica, il lavoratore presenta, anche senza essere assistito dall’avvocato, una richiesta scritta di convocazione della Commissione di conciliazione. La richiesta è gratuita. La Commissione comunicherà alle parti una data di udienza e, in quella sede, assistite da un rappresentante ciascuno, le parti verranno invogliate a trovare un accordo. Anche in questa fase il lavoratore può fare a meno del legale.

Se le parti raggiungono un accordo, il verbale è titolo esecutivo nei confronti del datore di lavoro, che nel caso in cui non mantiene gli impegni presi con la conciliazione, il lavoratore potrà far valere questo documento in tribunale.

Chiedere verifica degli ispettori

Un’altra strada per far valere i propri diritti è quella di presentarsi presso la Direzione Territoriale del Lavoro e chiedere una conciliazione monocratica. Questa consiste sempre nel cercare un accordo tra le parti, ma nel momento in cui non si raggiunge alla conciliazione, interverranno gli ispettori del lavoro e procederanno a una verifica presso la sede del datore di lavoro per accertare che questi non abbia violato le norme dei diritti del lavoro. La violazione di questi diritti potrebbe portare a sanzioni molto severe.

Ricorso per decreto ingiuntivo

Se i tentativi su descritti falliscono, bisogna procedere con altre procedure, ad esempio far ricorso al decreto ingiuntivo. Si tratta di un procedimento che ha tempi lunghi, e che senza instaurare una causa e di chiamare le parti davanti al giudice, consente di ottenere dal tribunale un ordine di pagamento nei confronti del datore di lavoro. Quest’ultimo avrà poi 40 giorni dalla notifica del decreto per decidere se pagare o meno e quindi di presentare una opposizione. In quest’ultimo caso, si apre un giudizio ordinario, coi suoi tempi e procedure.

Si può anche chiedere in prima udienza, al giudice, di dichiarare il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo. In questo caso, il lavoratore, anche se perde la causa, potrà agire in esecuzione forzata.

Infine, se il datore non paga, dopo l’esecuzione forzata c’è il fallimento, dove il lavoratore dovrà insinuarsi al passivo del fallimento: con la possibilità che, se l’azienda è priva di attività, non si verrà mai soddisfatti.


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Maria Di Palo

Sono ragioniere programmatore, ho scoperto, grazie ad una buona amica, il piacere di scrivere e di condividere ciò che mi interessa, mi incuriosisce e mi appassiona. Mi piace trasferire agli altri le ricette della tradizione campana che la mia mamma mi ha lasciato in eredità e quelle nuove che amo preparare per la mia famiglia. Mi appassiona scrivere su tutto ciò che attrae la mia curiosità come argomenti di attualità e argomenti che riguardano il mondo della scuola. Amo anche esplorare luoghi nuovi e affascinanti.