Cambio euro-dollaro, il paradosso su Draghi segnala che il mercato teme il peggio?

Seduta sostanzialmente amorfa quella di oggi per il cambio euro-dollaro, che nel tardo pomeriggio viaggiava a 1,1424, quasi invariato rispetto alla chiusura di venerdì scorso, quando ha guadagnato circa l’1% dopo le parole pronunciate dal governatore della BCE, Mario Draghi, nell’ambito della conferenza bancaria europea a Francoforte. L’italiano si è mostrato dubbioso sulla capacità dell’inflazione […]

Seduta sostanzialmente amorfa quella di oggi per il cambio euro-dollaro, che nel tardo pomeriggio viaggiava a 1,1424, quasi invariato rispetto alla chiusura di venerdì scorso, quando ha guadagnato circa l’1% dopo le parole pronunciate dal governatore della BCE, Mario Draghi, nell’ambito della conferenza bancaria europea a Francoforte. L’italiano si è mostrato dubbioso sulla capacità dell’inflazione di fondo di tendere al target, nonostante al board di fine ottobre avesse rassicurato sul suo raggiungimento. Per questo, ha rimandato all’ultima riunione dell’anno di dicembre per capire davvero cosa accadrà al “quantitative easing”, gli acquisti di svariati bond, tra cui essenzialmente titoli di stato dell’Eurozona, per 15 miliardi di euro al mese fino a fine 2018, dimezzati rispetto ai primi 9 mesi di quest’anno.

I movimenti del cambio euro-dollaro, a dire il vero, starebbero andando in direzione opposta a quelli prevedibili. Un prolungamento degli stimoli monetari, infatti, tenendo i tassi d’interesse bassi per un periodo di tempo maggiore, dovrebbero indebolire la moneta unica, non rafforzarla. La divisa americana, intanto, si è deprezzata mediamente dello 0,6%, meno di quanto non si sia apprezzato l’euro. Che succede?

Evidentemente, Draghi ha iniettato una dose di ottimismo sui mercati, lasciando intravedere una politica monetaria ancora accomodante per diversi mesi più di quanto non fosse stato scontato negli ultimi tempi, in relazione alla “forward guidance” della BCE, secondo cui i tassi rimarranno stabili nell’area “fino all’estate dell’anno prossimo”. In effetti, se facciamo attenzione a quant’è accaduto quest’anno, noteremo che il cambio euro-dollaro si sia indebolito fino al 10,5% rispetto a gennaio, nonostante gli investitori abbiano nutrito aspettative più “hawkish” sui tassi nell’Eurozona. Dunque, sarebbe come dire che il mercato veda di cattivo occhio il “tapering” nell’unione monetaria sui rischi che esso avrebbe per la sua stessa stabilità finanziaria.

In sostanza, il fatto che l’euro perda contro il dollaro quando la BCE segnali l’avvicinamento dell’uscita dall’accomodamento monetario e che si rafforzi quando comunichi ufficiosamente una retromarcia sul tema sarebbe la dimostrazione che gli investitori non ritengano che l’Eurozona sia pronta a tassi più alti, i quali rischierebbero di alimentare tensioni e di segmentare i mercati dei debiti sovrani, minacciando la sopravvivenza dell’euro come nel 2012. Si consideri, infatti, che l’apparente cambio di rotta in corso a Francoforte sarebbe la conseguenza del peggioramento delle condizioni macro nell’area, tutt’altro che un tonificante per il mercato. Insomma, l’unica ragione credibile per cui il cambio euro-dollaro sia risalito dal discorso di Draghi sarebbero il sospiro di sollievo con cui l’allungamento possibile degli stimoli è stato accolto dalla comunità finanziaria.

 


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