Dai Ponti della Valle di Maddaloni… ad una misteriosa Piramide

Alla scoperta di nuove emozioni dai Ponti della Valle di Maddaloni ad una misteriosa Piramide…

Sabato di metà Febbraio. Il sole fa capolino dietro il Vesuvio e sembra invitare la natura, anche se con un pò di anticipo, ad un risveglio primaverile. Con l’allegra Brigata di sempre, dopo una lunga pausa invernale, ci siamo dati appuntamento ai ponti della Valle di Maddaloni, per una nuova passeggiata fuori porta. Ci ritroviamo, di buon’ora, ai piedi dell’acquedotto Carolino, che si erge maestoso, e sostiamo nei pressi del mausoleo ai garibaldini, lì caduti per mano dell’esercito borbonico in uno dei pochi scontri dove l’invisibile mano sabauda non era riuscita a corrompere preventivamente gli ufficiali duosiciliani. Guardo con attenzione questo piccolo monumento ai caduti, che sembra quasi intimidito dall’imponente Ponte Carolino, e penso come sia stato possibile che lo staterello sabaudo, piccolo e povero come questo  monumento sepolcrale, abbia potuto spazzare via un Regno ricco e maestoso come questo possente Acquedotto.

Acquedotto-Carolino

Un Regno che, al tempo, possedeva una ricchezza monetaria pari a tre volte quella dei piemontesi ed una ricchezza infrastrutturale ed ingegneristica che non aveva pari, sopraffatto dalla corona sabauda irrimediabilmente indebitata che ripianerà il proprio disavanzo con i ducati stipati nei forzieri del Banco di Napoli.

Da queste considerazioni ne derivo la necessità di una rilettura critica della storia risorgimentale che dia ragione delle vere motivazioni dell’unità nazionale e del contesto in cui essa avvenne. Non certo con un anacronistico spirito di rivalsa, ma per riconoscere dignità ad un popolo, quello del Sud, che non versava certo nelle condizioni di arretratezza che ci hanno fatto intendere sui banchi di scuola. E questo perché un popolo, solo riappropriandosi della propria storia, può avere consapevolezza di ciò che era e di ciò che può essere.

Assorto nei miei pensieri, mi intrattengo ad ammirare questa mirabile opera, oggi Patrimonio dell’Umanità, eccellente manufatto sia da un punto di vista funzionale che estetico. Frutto del genio del Vanvitelli, questo ponte era parte di un complesso sistema idrico con il quale re Carlo intendeva alimentare le cascate della Reggia di Caserta e il Setificio di San Leucio. Presso quest’ultimo si sperimentò un’innovativa  organizzazione economico-sociale della fabbrica e della comunità.

Organizzazione fondata sull’uguaglianza uomo donna e dove il riconoscimento derivava solo dal merito personale, luogo impensabile di questi tempi. Immagino il momento dell’inaugurazione dell’acquedotto, quando l’acqua tardava ad arrivare dal fiume Fizzo, alle falde del Taburno, e la tensione montava sempre più. Nel momento in cui si presagi’ quasi la disfatta, ecco che sgorgo’ l’acqua. La gioia fu immensa ed il re fu così contento che elargì al Vanvitelli, addirittura, 1000 ducati aggiuntivi.

Prendiamo le mosse dal punto di guardia del Ponte, per seguire il percorso che si dipana lungo le torrette d’ispezione dell’acquedotto. Dopo circa nove km giungiamo su di un promontorio con bella vista sulla vale prospiciente Sant’Agata dei Goti. Vallata lussureggiante, tutta colorata di verde, come se fosse già primavera, sotto questo caldo sole.

Piramide-di-SantAgata-dei-Goti

A ricordarci, invece, che è ancora inverno, le vette in lontananza del Matese, ancora tutte innevate. Mentre ammiriamo il panorama, un residente ci invita a fotografare la cosiddetta piramide di Sant’Agata. Qui facciamo una scoperta sensazionale. Lì nel mezzo della valle, la collinetta nota con il nome di Ariella non sarebbe un colle naturale bensì una costruzione risalente ad un’era remota. Ci troviamo nella zona archeologica dell’antica Saticula, arcaica città sannita. Si pensa, però, che questa costruzione sia risalente a ben altra civiltà, precedente a quella sannita, oscia o degli Ausoni.

Risalirebbe a circa 5/10 mila anni a.C., unitamente ad altre collinette, della stessa forma, individuate a Caiazzo e Moiano. Tutte e tre queste piramidi, dicono, riprodurrebbero la stessa disposizione, su un’aria più ampia, delle piramidi di Giza e quindi rappresenterebbero una proiezione in terra della cintura della costellazione di Orione. Rapiti dal fascino di questa misteriosa storia, proseguiamo il nostro cammino, fino a giungere al ponte che dà accesso all’antico borgo di Sant’Agata dei Goti.

SAgata-dei-Goti

Qui ammiriamo lo spettacolo di quest’antica cittadina le cui case, arroccate sul dirupo, sembrano spuntare direttamente dalla roccia. Ci avventuriamo tra i vicoli di questo borgo medioevale tra i più belli d’Italia. La roccia bianca del selciato riflette la luce del sole ed irradia una luminosità che ci carica di energia.

Giungiamo dinanzi alla chiesa di san Francesco e veniamo incuriositi dalla mostra ivi in corso. Superiamo un tendaggio nero e pesante e ci ritroviamo nella navata centrale della chiesa ove, nell’oscurità totale, dei laser riproducono, in un gioco di schegge volanti, il pavimento maiolicato. Uno splendido pavimento policromo, in fase di restauro, realizzato dai fratelli Massa, già noti per le loro realizzazioni nella Certosa di San Martino e nel Chiostro delle Clarisse nella Basilica di Santa Chiara a Napoli.

Dopo aver ammirato il soffitto a cassettoni e il ciclo di affreschi biblici del Giaquinto, ci soffermiamo dinanzi al sepolcro gotico di Ludovico Artus, figlio di seconde nozze del Conte Carlo d’Artois. Quest’ultimo era Conte di Sant’Agata, protetto della regina di Napoli Giovanna I e per volere di questa, ne uccise il marito Andrea d’Ungheria, nel castello di Aversa. La guida della chiesa ci invita a visitare Palazzo San Francesco, ex convento e oggi sede del Municipio di Sant’Agata dei Goti.

Qui, campeggia nell’antico chiostro, la foto del sindaco di New York, De Blasio, originario di Sant’Agata, con la sua colorata famigliola. Nella sala consiliare del palazzo scopriamo l’affresco esoterico di Sant’Agata. Un affresco della Santa, di recente interpretato in chiave massonica, che mostra Sant’Agata, Patrona della città, assisa su di una gradinata. Siede sul terzo gradino di una scala gerarchica, tipica della Massoneria.

È lì seduta senza aureola, ma col serto d’alloro. Ai lati due figure allegoriche, la Poesia e l’Architettura col compasso. In basso il leone, simbolo di forza, accovacciato con tra le zampe il fascio, simbolo romano-littorio e, al margine del dipinto, una ruota dentata, che nella simbologia massonica è motrice dell’architettura dell’universo.

Quadro-di-SAgata-dei-Goti
Usciamo dal palazzo con gli occhi pieni di splendore e una gran curiosità per tutte le novità incontrare sul nostro tragitto. Una rapida occhiate al Duomo, in chiusura, con la promessa di ripassarci con più attenzione, ed eccoci ritrovarci alla villetta comunale, in fondo al viale, dove, godendo di un bel panorama, diamo anche soddisfazione al palato, gustando tutte le prelibatezze che gli amici si sono peritati di portare fin qui.

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Daniele

Giurista prestato, per professione, alla finanza. Appassionato d'arte, in ogni sua forma espressiva. Ama raccontare Napoli e la sua terra,  fonte infinita d'ispirazione