Permessi legge 104 usati per fini personali, ecco cosa si rischia

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21/02/2019

Permessi legge 104 usati per fini personali, una recentissima sentenza ha dichiarato legittimo il licenziamento, ecco perchè e a cosa fare attenzione.

Permessi legge 104 usati per fini personali, ecco cosa si rischia

Molte le richieste su cosa si può e non si può fare con i permessi legge 104. Da chiarire che i permessi con legge 104 art. 3 comma 3, vengono fruiti per se stessi se stessi o per assistere un familiare con handicap grave.

Per capire cosa si rischia quando non sono usati in modo corretto, vi sottoponiamo una recente sentenza che ha suscitato molte polemiche, ma chiarisce anche i poteri del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori che per diritto fruiscono di tali permessi.

Permessi legge 104 usati per lo shopping

Il datore di lavoro può avvalersi di un’agenzia di investigazione per scoprire la condotta scorretta del dipendente. La Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento di un dipendente scoperto dagli investigatori a fare shopping durante i permessi richiesti per legge 104.

Il caso

Un dipendente aveva chiesto al datore di lavoro un permesso retributivo per assistere il familiare con handicap grave (legge 104 art. 3 comma 3). Il lavoratore aveva utilizzato il permesso per per fare shoppig, senza prendersi cura del familiare d’assistere.

Il datore di lavoro lo aveva scoperto e gli ha intimato il licenziamento disciplinare.

Il lavoratore era stato scoperto dagli investigatori ingaggiati dal datore di lavoro, riscontrando un vero e proprio abuso del diritto richiesto ai sensi della legge 104/92.

La sentenza della Corte di Cassazione

La Corte confermato le legittimità dell’intimato licenziamento. Secondo la Corte, il datore può ricorrere all’agenzia investigativa per controllare condotte del dipendente che sono estranee all’attività lavorativa ma risultano comunque rilevanti sotto il profilo del corretto adempimento delle obbligazioni relative al rapporto.

Inoltre, il lavoratore si è approfittato non solo della buona fede del datore di lavoro, ma anche dell’ente previdenziale, che eroga il trattamento economico.

L’ordinanza è stata pubblicata il 18 febbraio 2019 n. 4670 nella sezione lavoro della Cassazione.