Allarme “docenti fragili”, più di 200mila insegnanti chiedono di non ritornare a scuola

In vista della ripresa dell’anno scolastico scoppia l’allarme “docenti fragili”, sarebbero più di 200mila gli insegnanti a rischio

In vista dell’inizio dell’anno scolastico, agli ormai noti problemi sulla riapertura in sicurezza delle scuole si aggiunge il caso dei cosiddetti “docenti fragili”. Secondo le stime fornite dalle Regioni sarebbero più di 200mila i docenti che avrebbero chiesto di non tornare in classe il 14 settembre. 

Chi sono i “docenti fragili”

Si tratta di insegnanti che per patologie pregresse, disabilità o semplicemente per età (più di 55 anni) sarebbero più a rischio di contrarre il Coronavirus. Le motivazioni sono fra le più disparate, dalla semplice asma o allergia, a chi piuttosto sta completando cicli di chemioterapia. Attualmente il campanello d’allarme sui “docenti fragili” è suonato in Campania, Liguria e Veneto.  

Tali ragioni avrebbero spinto circa 250mila insegnanti a chiedere di non ritornare a scuola, restando a casa per motivi di salute oppure svolgendo il proprio lavoro in smart-working. In base alle regole vigenti, previste da decreti e circolari, gli insegnanti più a rischio sarebbero del tutto legittimati a non tornare in classe almeno fino alla fine dello stato di emergenza, attualmente prevista per il 15 ottobre.

È allarme posti vacanti 

A poco più di due settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico, tuttavia, gli istituti italiani dovrebbero fare i conti con una lacuna di oltre 200mila insegnanti, che si aggiungono alle circa 60mila cattedre ancora vacanti. Notizie poco rassicuranti arrivano sia dal Ministero che dai sindacati. Questi ultimi si sono detti in difficoltà rispetto a una problematica alquanto delicata. Si tratterebbe, infatti, da una parte di garantire il diritto allo studio e dall’altra la tutela dei soggetti più  a rischio. 

Anche sul fronte dei test sierologici la situazione non è incoraggiante. Il primo grande scoglio è determinato dai medici di base che si sono dimostrati particolarmente restii a dare la propria disponibilità, sia perché oberati di lavoro sia per la scarsità dei kit per lo screening. Attualmente solo la metà dei medici ha aderito alla campagna, così come solo due terzi dei docenti ha accettato di sottoporsi al test. 


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