Partite IVA crollate del 14,8% nel 2020: la falce del Covid si abbatte sui lavoratori, il calo è di  460mila unità 

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12/02/2021

Le Partite IVA patiscono l’effetto della crisi dettata dal coronavirus. Il calo si conta a centinaia di migliaia nel corso del 2020. I dati del MEF mettono in mostra l’effetto del Covid sui lavoratori in proprio.

Partite IVA crollate del 14,8% nel 2020: la falce del Covid si abbatte sui lavoratori, il calo è di  460mila unità 

Partite Iva ed effetto Covid-19. Una combinazione che ha portato a dati preoccupanti, con un calo che certamente risultava inaspettato prima dell’avvento della pandemia. Purtroppo i dati pubblicati dall’Osservatorio del Ministero dell’Economia e delle Finanze non lasciano adito a dubbi sulle conseguenze dell’emergenza sanitaria ed economica. Le nuove aperture dei lavoratori in proprio hanno subito una vera e propria débâcle nel corso del 2020, con percentuali di decrescita a doppia cifra.

A certificarlo in modo impietoso sono proprie le tabelle del Mef. Secondo le ultime evidenze statistiche, il calo corrisponde a 464700 unità. Trasformato in punti percentuali, si tratta di un crollo del 14,8%. Entrando nel dettaglio, le chiusure delle partite IVA attive sono state 320435, ma sono in particolare le nuove aperture a preoccupare.

Partite IVA: la fotografia della situazione nel 2020 scattata dal MEF

Entrando nel merito dei dati indicati dal MEF, il calo a doppia percentuale nelle nuove aperture delle partite IVA può essere interpretato entrando nel dettaglio della distribuzione giuridica di quest’ultime. In particolare, l’emergenza sanitaria e il boom degli acquisti online ha generato un aumento delle intestazioni ai non residenti, con un incremento del +42,9%. Complessivamente, il 72,2% delle nuove aperture è comunque imputabile a persone fisiche (-15,7% rispetto all’anno precedente), mentre il 21% a società di capitale (-16,3%). Appena il 3,4% è invece imputabile a società di persone (con un calo che si avvicina al -20% rispetto al 2019).


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Interessanti sono anche i dati in merito al regime forfettario. Quasi la metà dei nuovi lavoratori in proprio (il 46,4%) ha deciso di optare per questa modalità. Il motivo non è solo la semplificazione nella tenuta della contabilità, ma anche l’evidente risparmio fiscale. Il numero degli aderenti è crescente, ma sul punto bisognerà vedere cosa accadrà con il governo in formazione. Le ultime indiscrezioni di stampa parlano infatti di un intervento correttivo proprio sul forfettario, considerando che l’esecutivo Draghi potrebbe puntare su una maggiore progressività nell’applicazione delle aliquote fiscali.

Partite IVA: i dati relativi all’età e alla localizzazione geografica delle nuove aperture

Da segnalare sono anche i dati relativi all’età dei titolari che hanno deciso di aprire una partita iva e alla loro ubicazione territoriale. Si conferma, ad esempio, la presenza del gender gap. Il 62,7% delle nuove aperture è riferibile a individui di sesso maschile. Per quanto concerne invece l’età anagrafica, quasi la metà (il 48%) dei nuovi titolari possiede meno di 35 anni, mentre il 31% ha tra i 36 e i 50 anni.


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Dal punto di vista geografico, è il Nord Italia ad avere una maggiore rappresentanza statistica. Infatti, qui sono state aperte il 44% delle nuove partite IVA, contro il 21,4% del Centro Italia e il 34,1% del Sud e delle Isole. Infine, per quanto concerne la distribuzione settoriale, il 20% delle nuove aperture è avvenuto nel settore del commercio. Seguono le attività professionali con il 16,3% e l’agricoltura con il 10,8%. Il 9,5% è invece direttamente collegato con il settore sanità. In forte calo (dal 20 al 30%) sono state le riduzioni di aperture nel turismo, nella ristorazione, nelle attività sportive e più in generale nel settore manifatturiero.

I dati del MEF in relazione alle chiusure delle partite IVA

Il dossier redatto a opera del Ministero dell’Economia e delle Finanze si completa concentrandosi sulle chiusure. Un dato che però deve essere considerato con cautela, secondo le stesse considerazioni del MEF. Questo perché “alcuni contribuenti potrebbero comunicare tardivamente l’avvenuta cessazione di attività nel 2020”. Oltre a ciò, “il dato del 2019 potrebbe comprendere alcune cessazioni d’ufficio operate dall’Agenzia delle Entrate per mancata operatività”. Infine, “spesso il contribuente non ottempera all’obbligo di chiusura della partita Iva al momento della cessazione dell’attività”.

Fatta questa opportuna premessa, l’osservatorio spiega che nel periodo che va da gennaio a dicembre 2020 si rilevano 320.435 chiusure, rispetto alle 427.623 riscontrate nel corso del 2019. Pertanto, “il dato del 2020, contrariamente all’atteso incremento delle chiusure per effetto della crisi economica generata dalla situazione sanitaria, mostra invece il 25% di chiusure in meno rispetto al 2019”.