Frida Kahlo e Tamara De Lempicka: donne del XXI secolo, un ideale femminile si rivela intorno a due pittrici del ‘900

Frida Kahlo e Tamara De Lempicka. Due donne molto differenti, tali da non potersi fondere né confondere.

Come nei panneggi del XVI secolo di Rosso Fiorentino,  Pontormo o in quelli di Michelangelo Buonarroti,  che adottano il cangiantismo, quale procedimento pittorico che invece di  definire i volumi attraverso il chiaroscuro, accosta al colore scelto una tinta completamente diversa, resa abbagliante come fosse stata appena toccata da una forte luce, oppure utilizza in accostamento, l’opposizione dei complementari, ovvero coppie di colori come ad esempio il rosso e il verde, così appaiono Frida e Tamara. Due donne molto differenti, tali da non potersi fondere né confondere, ma indispensabili, come i colori complementari, per la resa dello stesso panneggio. Delle due artiste si è scritto moltissimo, relativamente al fatto di essere donne famose che hanno segnato la storia dell’arte. Non vuol quindi essere questa la sede, per ripetere fatti storici e opinioni al loro riguardo, descritti egregiamente nelle numerose biografie. Recentemente anche la disegnatrice Vanna Vinci ha proposto un curioso modo di omaggiare le due donne attraverso dei libri a fumetti. Piuttosto, sembra un piacere e lo è davvero, considerare come il differente aspetto fisico, i diversi caratteri, modi di vivere e ideali, di queste due figure, diano la possibilità di vagheggiare su un tipo di donna ideale al quale è bello ispirarsi, ora per mostrare la forza delle donne dinanzi ad un ostacolo, ora per scegliere di adottare un “comportamento interessato”; ora per sottolineare la bellezza esteriore, ora per puntare i pugni anche se il dolore fisico “uccide”.

Frida Kahlo e i suoi tragici dipinti

Frida KahloEcco il rosso, Frida, la donna dalle “ali di gabbiano nero”, come la definì il grande Diego Rivera, riferendosi alle sue folte sopracciglia che diverranno suo tratto distintivo. Diego, l’uomo che avrà sempre nel cuore e nella mente seppur tormentando la vita della pittrice, che fu dichiarata la più importante artista donna messicana dal 1925, anno in cui un gravissimo incidente stradale le cambiò l’esistenza, al 1954 quando muore a Città del Messico, anche se fino a poco prima seppur malata e sofferente aveva continuato a dipingere e ad essere attiva politicamente sostenendo il comunismo. La sua biografia è travolgente e a dir poco spietata e per questo si lotta insieme a lei per rialzarsi ogni qualvolta la vita ricordi che nulla è scontato. I suoi quadri dipingono se stessa, perché come diceva “sono il soggetto che conosceva meglio” e non risparmiano le angosce della vita, e neppure la rappresentazione dell’aspetto fisico, non certamente esemplare di bellezza, che non nasconde mai e non trasforma mai. Verrà considerata un’artista Surrealista anche se non si rispecchiava in questa definizione. Sempre pronta ad esorcizzare la cose brutte che la vita le riservava, ma sempre riconoscente alla vita stessa, allorchè traduce la sua immagine con un aspetto pittoresco. A differenza delle altre donne che mostravano vestiti di tessuto leggeri secondo la moda del momento, Frida si confezionava abiti neri e lucidi decorati con ritagli di stoffa e gonne lunghe e larghe per manifestare le proprie convinzioni culturali riguardo la civiltà messicana della quale era figlia. Arricchiva il tutto con acconciature floreali. Un arcobaleno che, nonostante tutto, non rinunciò fino alla fine, di riportare sui suoi tragici dipinti.

Tamara De Lempicka: il lusso e la ricchezza

Ed ecco il verde, Tamara, come il colore della Bugatti nella quale si ritrae divenendo il suo più famoso autoritratto datato 1925. Lei adorava il lusso e la ricchezza e i suoi abiti e i suoi gioielli ne Tamara De Lempickaparlano chiaramente, desiderosa di ottenere successo e affermazione con tutte le sue forze. E lo fa frequentando e ritraendo solo l’èlite intellettuale, i ricchi e gli aristocratici, ma lavorando duramente, dipingendo fino alle sei del mattino alla flebile luce di una lampada blu, come dichiarò e definendo il suo stile chiaro e pulito, come nessuna donna aveva mai fatto prima d’allora. Sensuale, appariscente, bella, sempre desiderosa di attrarre donne e uomini, così come fece con Gabriele D’annunzio che però non riuscì mai a fermare sulla tela. Contornata da cose materiali di alto valore, le quali evidentemente le lasciarono sempre un vuoto, decise all’improvviso, mentre il suo spirito mutava, intorno agli anni 40 del novecento, dopo una vita mondana e piena di successo per le sue opere, di rifugiarsi addirittura in un convento. Una strada senza uscita che le impedì di ritrovare la capacità di tornare al suo primordiale modo di dipingere. Tentò di far virare il suo stile verso l’arte astratta, ma i suoi tentativi procurarono soltanto l’indifferenza  del pubblico e ciò la porterà, nel 1962, ad abbandonare definitivamente la pittura. La figlia Kizette, avuta in giovanissima età spargerà nel 1980, come volere della madre, le sue ceneri, sul cratere del vulcano Popocatèpetl, in Messico.

Nell’immaginario collettivo, se le personalità di Frida e di Tamara potessero coesistere in una  stessa anima, ritrarrebbero, al pari del superuomo nietzschiano- prendendo in prestito la terminologia- una superdonna , una donna ideale, forte da sola, ma anche “sanamente opportunista”, elegante seppure appariscente, bella e non bella all’occorrenza, tenace, quanto delicata. Come il bacio dell’onda con la sabbia, che fanno la riva. I dipinti delle due artiste e le loro biografie visti e lette congiuntamente sconvolgono ed eccitano, sono dolorose e  affascinano e magari possono far scoprire dentro di sé un po’ di Frida e un po’ di Tamara, talora inconsapevolmente…