La BCE di Draghi pone fine al QE, ma non agli stimoli. Previsioni macro tagliate

Non c’erano dubbi che ne sarebbe stata annunciata la fine e così è stato. Dal prossimo mese, la BCE non acquisterà più titoli di stato e gli altri assets emessi nell’Eurozona con il “quantitative easing”, il piano varato ormai quasi 4 anni fa e che ha ampliato il bilancio dell’istituto di 2.600 miliardi, qualcosa come […]

Non c’erano dubbi che ne sarebbe stata annunciata la fine e così è stato. Dal prossimo mese, la BCE non acquisterà più titoli di stato e gli altri assets emessi nell’Eurozona con il “quantitative easing”, il piano varato ormai quasi 4 anni fa e che ha ampliato il bilancio dell’istituto di 2.600 miliardi, qualcosa come oltre un quinto del pil dell’area. Nonostante ciò, il governatore Mario Draghi ci ha tenuto a iniziare la conferenza stampa successiva al board con la conferma che l’unione monetaria necessiti ancora una politica monetaria abbastanza accomodante, cosa che avverrà anche grazie ai reinvestimenti dei titoli in scadenza e che si trovano nel portafoglio della BCE “per un periodo di tempo esteso” dopo il rialzo dei tassi. Questo consentirà a Francoforte di non ridurre il suo bilancio, continuando a iniettare liquidità nell’economia.

Che ci sia bisogno di mantenere gli stimoli lo confermano le previsioni macro diramate da Draghi, che vedono la crescita del pil quest’anno all’1,9%, l’anno prossimo e nel 2020 all’1,7% e nel 2021 all’1,5%. A settembre, la stessa BCE prevedeva una crescita del 2% per il 2018, seguita da una decelerazione all’1,8% e all’1,7% per il prossimo biennio. Quanto all’inflazione, quest’anno dovrebbe attestarsi all’1,8%, leggermente sopra l’1,7% precedentemente atteso, ma per decelerare all’1,6% nel 2019 e risalire all’1,7% e all’1,8% nel biennio seguente. Rispetto a settembre, si tratta di una revisione al ribasso per il 2019 dello 0,1%.

Non c’è stato alcun annuncio di nuove aste T-Ltro e nemmeno questa è stata una sorpresa, dato che il mercato sconta che la decisione verrebbe presa all’inizio del prossimo anno. Con l’indebolimento delle previsioni macro, invece, analisti e investitori non credono più a un rialzo dei tassi già nell’estate prossima, anzi probabile che arrivi non prima dell’inizio del 2020. Lo stesso Draghi ha riconosciuto che i rischi al ribasso stanno aumentando e che non sono più frutto di eventi “una tantum”, bensì di natura permanente. Facendo il punto di quasi 4 anni di QE, non ha voluto sbilanciarsi sugli effetti, sostenendo che le stime variano molto tra di loro, ma facendo presente che “a un certo punto è stato il principale driver della crescita” nell’area, nonostante non fosse stato congegnato per essere tale.

Insomma, una tirata d’orecchie ai governi, rei implicitamente di non avere fatto del tutto la loro parte per creare le condizioni per crescere nel medio-lungo periodo, tanto che ha ribadito il richiamo di ogni conferenza stampa all’attuazione delle riforme economiche e al contempo ha invitato i governi degli stati più indebitati a ricostituire quei cuscinetti fiscali necessari per affrontare l’aumento dei costi per quando i tassi saliranno. Il cambio euro-dollaro si è deprezzato fino a 40 pips dopo la pubblicazione del comunicato delle 13.45, scendendo ai minimi della seduta in area 1,1340, interpretando evidentemente come “dovish” il tono dell’istituto e scontando stimoli più a lungo del previsto per via delle proiezioni macro indebolitesi.


Per essere sempre aggiornato, seguici su: Facebook - Twitter - Gnews - Telegram - Instagram - Pinterest - Youtube

Condividi questo articolo sui Social
TwitterFacebookLinkedInPin ItWhatsApp