La reazione all’annunciazione

Uno dei temi più interpretati dell’arte cristiana. Dalle arti figurative ai versi scritti.

Non si trattò di un annuncio qualsiasi: di come quando qualcuno si avvicina all’improvviso per pronunciare quelle parole verso le quali si resta poi esterrefatti e dove non trova spazio neppure l’istinto per indicare la via della reazione e subentra immediatamente la ragione che trasporta violentemente dalla riflessione alla consapevolezza, ma dell’Annuncio che, in particolar modo le arti figurative fin dal periodo paleocristiano hanno in vari modi interpretato dando visione delle parole scritte da Luca nel Vangelo canonico 1, 26-38. “…Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,  a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe.

Annunciazione: elementi iconografici e rappresentazioni artistiche

Annunciazione

Annunciazione, Simone Martini – tempera e oro su tavola; 1333- Galleria degli Uffizi, Firenze

La vergine si chiamava Maria”-…”Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.”..-… Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo…” .

A rendere percepibile quanto scritto dall’evangelista sono sempre stati gli elementi iconografici tipici di questo avvenimento, che nel corso dei secoli hanno subito, attraverso le mani degli artisti, delle rivisitazioni dovute oltre che dalla personale interpretazione anche dall’influenza della successiva lettura dei vangeli apocrifi, dalle differenti aree geografiche nelle quali veniva rappresentato o condizionate dai fatti storici come la crisi iconoclasta e il Concilio di Trento.

Se avessimo dinanzi agli occhi, nel museo che la mente allestisce, tutte le rappresentazioni di questo tema, dalla prima conosciuta e cioè quella dell’Annunciazione risalente alla prima metà del III secolo d.C. rinvenuta nel cimitero di Priscilla a Roma,  fino a quelle del XVI secolo, avremmo immediatamente evidente il riesame oltre che dell’oggettistica presente, che diviene significante imprescindibile, anche della differente ambientazione che

Annunciazione di PAlermo

Annunciata di Palermo- Antonello da Messina – olio su tavola; 1475-Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo

accoglie i protagonisti nelle persone dell’arcangelo Gabriele e della Vergine Maria. Tradurre il significato di questi elementi simbolici è come decifrare un rebus complesso del quale si percepisce immediatamente che l’esplicito non è l’evidente. Non solo.  

Potremmo vedere anche il mutamento, nel corso del tempo, della reazione di Maria all’Annuncio: dalla primitiva apparente apatia del volto, alla ritrosia del corpo accompagnato da una timida fisionomia che aveva lo scopo di mettere in risalto il turbamento alla Notizia. Fino ad arrivare alla metà del XIII secolo quando  si cominciò a porre l’attenzione anche sull’aspetto interiore della Vergine.

Ogni artista ebbe il personale modo di esprimere le pose, lo sguardo di Maria e di inserire Lei e il Messaggero nella scenografia desiderata.

C’è un’Annunciazione però che mette in risalto un momento particolare della narrazione di Luca, ed è quello che rende manifesto l’attimo in cui, dopo la sparizione dell’angelo, Maria resta da sola. Era il 1475 quando Antonello da Messina, principale pittore siciliano del XV secolo, che ebbe grande fama proprio per i ritratti eseguiti approfondendo lo studio della cultura fiamminga, dipinse l’Annunciata. Tuttavia Antonello rispetto agli artisti delle Fiandre,  fu meno dettagliato, ma più attento all’umanità del personaggio, donandogli sovente un “carattere”. La Vergine è infatti qui ritratta durante la “pausa meditativa” nella lettura del testo sacro, probabilmente intenta alla preghiera. Questo dettaglio infatti assieme alla presenza del manto azzurro che la cinge, è determinante ad escludere profanità ad un dipinto che spesso è ritenuto enigmatico. E’ però forse per questo che i suoi pensieri serrati nella mente danno sentore di uno “sguardo contemporaneo”, che sembri deragliare i confini del territorio dell’ossimoro: gli occhi che riflettono l’immagine dell’idea di quel che sarà dopo le parole appena udite, lasciano intravedere la consapevolezza della perdita di ciò che era prima di quell’attimo. L’attenta riflessione di Maria a ciò che la sua mente ha appena assorbito e accettato fieramente, viene mostrata mettendo in risalto la figura di una donna piena di fiducia in se stessa che seppure sembri tremare, non crolla mai. Una postura fiera donata dalle spalle alte e non ricurve che proiettavano una  figura intimidita come in alcune prime rappresentazioni. Accanto a ciò, la volontà di tenere chiuso il mantello con la mano sinistra, che si sarebbe forse potuto aprire a causa di quell’anelito di vento il quale probabilmente smuoveva anche i fogli del Libro, denotando una dignitosa pudicizia. Una figura a mezzo busto che in questo caso occupa l’intero dipinto, non relegata qui, in posizione di potenzialità limitata. Inoltre mentre alcuni oggetti-simbolo, in altre raffigurazioni avevano il compito di dividere l’aspetto divino e cioè l’angelo, da quello  umano vale a dire da Maria, adesso è la raffigurazione del Libro Sacro a porre un limite tra Maria oramai scelta entro la sfera spirituale e lo  spettatore, traducendo in questo modo l’importanza fondamentale del tema dell’Annunciazione che consiste nel miracolo dell’incarnazione. La relazione tra la necessità e la volontà è stata spesso sottolineata per questo tema ovverosia tra la sovranità divina e la libertà umana e pare che l’Annunciata di Palermo abbia evidenziato questo aspetto, che le arti figurative hanno interpretato egregiamente nel corso del tempo. Con altrettanta dedizione il tema dell’Annunciazione è stato ripreso anche in altri ambiti culturali e particolarmente in letteratura e alcune figure come quella di Pasolini  ne “L’Usignolo della Chiesa Cattolica-La Passione, L’Annunciazione, Litania”, una raccolta pubblicata nel 1958 e quella di Dante che cita l’avvenimento nella Divina Commedia, Purgatorio X, 34-35 hanno permesso attraverso i loro versi di far apparire dinanzi agli occhi il racconto sacro. C’è però la metrica di una donna eccelsa, una poetessa e scrittrice italiana che, come fosse stata Maria, si fece carico di un compito impegnativo esprimendo in questo modo la sua “reazione all’Annunciazione”:

A me, dico,

Tu hai mandato un angelo,

e mi è sembrato un così grosso dilemma:

perché non ti sei manifestato

come un padre celeste?

Perché, mio Dio, mi hai aggredita

con questa presenza angelica?
Ho dovuto coprirmi la faccia

e le orecchie e gli occhi

per non sentire il rombo delle sue ali.

Dio, che spavento,

rombavano nell’azzurro

come due grosse eliche,

ed io ero rapita in un turbine

quasi portata via dal cielo

e portata via dalla terra,

così, a mezz’aria,

come se fossi stata

in un delirio pieno.

 

Alda Merini                                                                                                   “Magnificat. Un incontro con Maria”; 2002

 

La poetessa Alda Merini interpretò la visione del probabile pensiero di Maria la quale, perdendo in questa sede, come nel dipinto di Antonello da Messina, il “vis a vis” con l’angelo, si ritrova, nella divina accettazione, da quel momento e per sempre, “faccia a faccia” con se stessa.

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