La storia di un puntino: da solo “puntualizza” sempre, ma insieme ad altri come lui, può sbalordire!

L’unione fa la forza! Da solo “puntualizza” sempre, ma insieme ad altri come lui, può sbalordire! Gli Impressionisti, i Neoimpressionisti e il Pointillisme

Accade spesso così, che una cosa prima di ricevere il meritato successo debba passare dapprima per quella strada tortuosa che inizia con il disappunto degli altri e si risolve solo col passare del tempo, continuando, il detto “chi disprezza compra”, a riscuotere conferme della sua veridicità. Ciò è quanto avvenne ad un gruppo di artisti che intorno alla seconda metà del XIX secolo in Francia, si unirono allo scopo di “organizzare mostre libere, senza giuria né premi, in cui ciascun membro poteva esporre le proprie creazioni”. Questi giovani artisti si riunirono così in quella che venne nominata la “Sociètè Anonyme Coopèrative d’Artistes”  che includeva pittori e decoratori; architetti e orafi. I membri della Società avevano intenzione di percorrere una via diversa da quella degli allievi dell’Accademia ai quali era concesso di studiare le opere antiche e di esporre successivamente le proprie creazioni al Salon, dove si tenevano le prestigiose mostre di opere d’arte, precedentemente selezionate dall’apposita giuria. Ciò sotto lo sguardo attento dello Stato, che in questo modo controllava la loro formazione ed educazione, anche se solo così si acquisiva una degna considerazione da parte dei critici e dei galleristi collezionisti.

Gli Impressionisti: prima il colore e poi il disegno

Era difatti questa l’ambizione dei membri di quel gruppo di “Impressionisti” così chiamati dal critico e giornalista Louis Leroy, che coniò il termine nel 1784 dopo la visione delle loro opere e in particolare del dipinto di Claude Monet intitolato Impressione, levar del sole utilizzandolo con accezione dispregiativa e ironica. Questi artisti non rientrarono infatti nelle grazie dell’Accademia avendo uno stile che non si confaceva con i canoni richiesti. Essi concentrarono l’attenzione sugli effetti della luce e predilessero il colore al disegno, lavorando all’aperto, en plein air. Facevano un uso diverso della prospettiva tradizionale e mancando il tratto che definiva i contorni delle cose da loro rappresentate, gli si attribuiva una scarsa capacità delle doti del disegno, contrariamente alle intenzioni di voler invece esprimere naturalezza e immediatezza, ovvero rapidità di esecuzione per trasmettere attimi di quotidianità. Numerosi furono i temi rappresentati dagli artisti Impressionisti, come i caffè, gli autoritratti e i ritratti, ma anche le scene domestiche, i treni, le ferrovie e le marine, nonché il giardino e il ballo, per nominarne solo alcuni. Le mostre dei primi artisti vennero recensite sempre in maniera negativa e non si risparmiarono i modi per metterli in ridicolo, soprattutto attraverso le caricature.

“Toh! Voi qui?…Siete un ammiratore degli impressionisti? Io? Niente affatto…Ma quando torno a casa dopo aver visto i loro ritratti , mia moglie mi sembra meno brutta”.

Gli  Impressionisti vennero così considerati oppositori dell’arte classica e lontani dai principi elementari della tecnica pittorica. Seppure a fatica e nonostante i persistenti atteggiamenti di rifiuto nei loro confronti, furono fedeli nel portare avanti la loro passione, dando così la percezione ai più sensibili che il loro stile non fosse una moda passeggera, ma la nascita di una nuova corrente artistica. La loro prima mostra si ebbe nel 1874 fino ad arrivare all’ottava ed ultima nel 1886. Innumerevoli furono gli artisti che partecipando alla Società esponendo le loro opere: da Paul Cèzanne a Edgar Degas; da Claude Monet a Camille Pissarro; da Pierre-Auguste Renoir ad Alfred Sisley. Durante questi anni si unirono al gruppo altri artisti tra i quali Gustave Caillebotte e Ludovic Piette e alla settima mostra partecipò anche Paul Gauguin. Edouard Manet, invece, seppur costantemente invitato dal gruppo, rifiutò continuamente, preferendo la strada del Salon. Altri artisti, invece, colpiti da questo esplicito clima avverso, decisero già durante la sesta mostra di allontanarsi. Tra il 1883 e il 1886 il gruppo degli Impressionisti si sfaldò definitivamente, non prima dell’ultima mostra alla quale parteciparono Georges Seurat e Paul Signac.  Da quel momento comparvero nuove definizioni per classificare i movimenti artistici nati successivamente; si formò quindi la corrente del divisionismo, dell’impressionismo scientifico e del cromo-illuminismo, anche se la più corretta a definire la nuova pittura della Francia nel penultimo decennio dell’ottocento, sarà il Neoimpressionismo. Il giornalista, critico letterario ed artistico Felix Fènèon, ritratto successivamente da Paul Signac con la sua nuova tecnica, scriverà che “il metodo neoimpressionista esige una finezza di sguardo eccezionale”. Il termine Postimpressionismo, ulteriore movimento riconosciuto, è invece da identificarsi più precisamente con la crisi dell’Impressionismo stesso e la necessità di arrivare ad un suo superamento. Gli artisti Neoimpressionisti furono gli stessi Impressionisti che ormai non partecipavano più ad esposizioni di gruppo, preferendo esporre da soli o tentando anche loro la via tradizionale del Salon.

Il pointillisme: il nuovo stile

Geoges Seurat, Modella di profilo, 1886, olio su tavola, Parigi, Musèe d’Orsay

L’ultima mostra fece però emergere una grande novità, grazie alle personalità artistiche di Paul Signac e Georges Seurat i quali elaborarono un nuovo stile esasperando le ricerche sul colore e sulla luce: il pointillisme. Fu alle teorie di Isaac Newton del 1666, il quale aveva dimostrato come la luce passando in un prisma si scomponeva nei diversi colori tra cui i tre primari rosso blu e giallo, che si ispirarono questi due artisti, i quali vollero meglio comprendere il modo in cui l’occhio umano percepiva i colori.

La tecnica del pointillisme consisteva nel suddividere la superficie pittorica in piccole pennellate uniforme e regolari. Ad una distanza ravvicinata il dipinto sottolineava una distribuzione casuale del colore, ma l’aumento dello spazio tra l’osservatore e l’opera,  procurava effetti sorprendenti. Seurat ne fu il principale teorico ed ideatore e applicò la tecnica ai suoi dipinti con rigore scientifico. Volle mettere in pratica i suoi studi sull’ottica in collaborazione con Signac e Pissarro e procedere con la scomposizione dei

Paul Signac, Ritratto di Fèlix Fènèon; (1890-1891); New York, Museum of Modern Art.

colori applicati sulla tela per mezzo di pennellate separate. Era solito dipingere inoltre la cornice attorno ai suoi quadri con piccoli puntini e secondo la teoria dei contrasti  utilizzò colori complementari rispetto a quelli prossimi sulla tela. Seurat però si distaccò da una delle caratteristiche principale degli Impressionisti, quella di dipingere en plein air poichè la sua tecnica richiedeva tempo e studio e quindi non gli concedeva l’attenzione alla spontaneità della realtà raffigurata. La tecnica inoltre emigrò dall’interesse per la caratterizzazione psicologica dei personaggi e predilesse l’analisi delle pose in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, come nella sua tela ad olio più famosa dal titolo “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte” del 1884-1886, esposta al The Art Institute di Chicago. A sviluppare in modo completo il metodo fu però Paul Signac che decise di lavorare da autodidatta facendo dell’osservazione delle opere dei grandi Impressionisti, la sua scuola. In questi stessi anni cominciò a lavorare in collaborazione con Fèlix Fènèon e con lo stesso Seurat, interessandosi con dedizione  agli studi sull’ottica di Chevreul, un famoso chimico che diventò direttore della celebre manifattura di Gobelin (storico laboratorio di tessitura e di arazzi a Parigi). Colui sperimentò, per porre rimedio al grigiore delle tinture che venivano usate nelle tessiture, nuovi accostamenti dei colori complementari, formulando le “leggi sui contrasti successivi e

Uno dei cerchi cromatici di Michel-Eugène Chvreul-1864

simultanei dei colori” e proseguendo le sue ricerche con la costruzione dei cerchi cromatici.

La tecnica messa in atto da Signac consisteva nel porre dei tocchi di colore puro sotto forma di puntini ravvicinati consentendogli poi, alla giusta distanza, l’automatica ricomposizione sulla retina dello spettatore a livello percettivo. Ad esempio per ottenere il viola, si collocavano dei puntini di colore rosso e blu molto ravvicinati fino a conseguire il risultato voluto. Questo metodo fu considerato neoimpressionista per eccellenza e Signac ne fu il promotore. In questo modo il luogo dove si scomponeva il colore non era più la tavolozza, bensì il quadro stesso. La stessa metodologia è tuttora utilizzata nel restauro pittorico, durante la fase della reintegrazione delle lacune, evitando così di dare spazio a distrazioni visive, ma risultando in questo modo riconoscibile e assolvendo così ad uno dei principi fondamentali del restauro stesso. Così i neoimpressionisti  Seurat e Signac crearono gli antefatti per il restauro pittorico, ma anche per il procedimento dell’immagine a colori sullo schermo televisivo, divenendo, i loro puntini, i pionieri del pixel.  A questo proposito la Galleria degli Uffizi in collaborazione con Google Arts & Culture propone  mostre digitali trasformando alcuni capolavori come la “Nascita di Venere” di Sandro Botticelli, attraverso una piattaforma online con accesso pubblico (Google Art Project) nella quale sono raccolte le immagini di opere d’arte in versione Gigapixel. Anche l’artista italiano Cristiano Pintaldi procede su questa strada utilizzando solo il rosso, il verde e blu, su uno sfondo nero. I soggetti scelti, sono così scomposti in pixel creati dall’artista con una mascherina di un centimetro quadrato che comprende al suo interno tre segni paralleli verticali dei tre colori. Con i medesimi protagonisti, i puntini, Roy Lichtenstein(1923-1997) , uno dei massimi interpreti della Pop-Art completava “le sue ragazze” a fumetti, contornate da linee nere  e dalla pelle cosparsa di puntini rossi disposti matematicamente.

Particolare di un fumetto di Roy Lichtenstein

Lichtenstein riprese gli studi dell’editore Benjamin Day del 1879 quando scoprì che l’accostamento di puntini magenta sul bianco avrebbe dato l’impressione di un colore nell’insieme rosaceo. Ancora una volta l’arte ci “impressiona”, per dirla alla Louis Leroy, ma in senso decisamente opposto, ed è così affascinante come non smetta di elargire messaggi.

Ognuno cerca con rispetto, oltre la volontà dell’artista esecutore, anche i propri. Così un puntino può certamente porre fine ad un enunciato; ma tanti puntini insieme, ognuno al proprio posto, con la propria individualità e allo stesso tempo partecipi della condivisione di uno spazio, possono creare delle meraviglie!

 

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