Lavoratore in smart working, ha diritto ai buoni pasto?

Il lavoratore agile che lavora in smart working, conserva il diritto a ricevere il buono pasto dall’azienda?

Lo smart working, decollato come modalità di lavoro agile durante l’epidemia di coronavirus, permette al dipendente di svolgere la propria attività lavorativa in parte in azienda e in parte all’esterno di essa, senza avere una postazione fissa di lavoro.

Quello che è emerso fin dall’inizio dell’utilizzo del lavoro in smart working è che il lavoratore agile non deve essere discriminato rispetto a chi lavora in sede: chi lavora in smart working, infatti, ha gli stessi diritti di chi lavora in sede e la retribuzione non può essere minore.

Buoni pasto e smart working

Un nodo cruciale della questione è rappresentato dai buoni pasto, che per molti lavoratori rappresentano entrate importanti: questi spettano al lavoratore che svolge la sua attività in smart working?

I buoni pasto permettono il cumulo per l’acquisto di beni alimentari. Con i buoni pasto si può fare anche la spesa al supermercato a patto che con essi si paghi l’acquisto di cibi e bevande poichè si può presumere che il lavoratore utilizzi proprio quanto acquistato con i buoni pasto per preparare i pasti che porta al lavoro.

Il lavoratore, in ogni caso, può utilizzare i propri buoni pasto anche per pagare le consumazioni al bar o alla tavola calda, se non porta il pasto pronto da casa.

Da questo, quindi, si evince che il pasto che si consuma nella pausa lavorativa non debba incidere sul budget familiare, visto che è coperto dai buoni pasto.

Il dipendente in smart working, che svolge la sua attività da casa, perde il diritto ai buoni pasto? Se gli stessi non gli vengono corrisposti durante il periodo di svolgimento del lavoro in smart working si può parlare di discriminazione?

Partiamo dal capire qual è la valenza dei buoni pasto. I ticket restaurant rappresentano un servizio sostitutivo alla mensa. Solitamente spettano ai lavoratori dipendenti anche se il riconoscimento non è un diritto assoluto ma dipende da quanto prevede il contratto collettivo di lavoro. I buoni pasto possono essere riconosciuti, infatti, anche se l’orario di lavoro non prevede la pausa pranzo e anche se l’azienda è provvista di mensa.

Veniamo ora al lavoratore in smart working: come abbiamo anticipato non può essere retribuito in modo inferiore rispetto ai lavoratori che prestano la propria attività in azienda, ma il buono pasto fa parte della retribuzione?

Nessuna legge stabilisce che il buono pasto sia rapportabile alla retribuzione, ma non c’è norma, neanche, che affermi che non ne faccia parte.

Secondo la legge, però, la mensa aziendale è una prestazione di assistenza per alleviare al lavoratore il disagio di dover lavorare in orario che gli renda difficile rientrare a casa per consumare il pasto.

Per quel che riguarda lo smart working, quindi, il diritto al buono pasto si conserva se il contratto collettivo prevede che lo stesso faccia parte della retribuzione, se invece il buono pasto è inteso semplicemente come assistenza al lavoratore non retributiva chi lavora in smart working non ha diritto a riceverlo, visto che non deve compensare il disagio di non poter tornare a casa per il pasto.


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Patrizia Del Pidio

Giornalista pubblicista, oltre ad essere proprietaria e autrice presso Notizieora.it, collaboro da anni con la testata Orizzontescuola.it. Scrivere è da sempre la mia passione e farlo come professione è stata la realizzazione di un sogno. Esperta di fiscalità e pensioni mi piace rispondere ai quesiti che i miei lettori quotidianamente mi inviano per fare in modo che, nel mio piccolo, la burocrazia possa essere più facile e alla portata di tutti.