Le opere religiose e le opere d’arte di interesse religioso: l’incontro tra due culture

Le opere d’arte su temi religiosi aprono un dibattito tra coloro che apprezzano l’arte per il suo valore intrinseco o coloro che la accettano solo per la devozione al valore religioso.

E’ bene tenerlo presente: una numerosa parte del patrimonio artistico italiano riguarda i beni culturali di interesse religioso. Oggi, infatti, vengono denominati così e regolati da una specifica normativa, tutti quei manufatti sacri commissionati nel corso dei secoli, per la maggior parte dalla Chiesa, ma anche da privati devoti, che lasciano il contesto originario per trovare posto in altro luogo come, ad esempio, il museo. Tra queste opere, innumerevoli sono i beni architettonici, i dipinti, i libri, ma anche gli oggetti, esposti nelle aree di scavo, nelle piazze come nei palazzi, ma soprattutto nelle oltre 95.000 chiese sparse nella nostra Penisola. Sono proprio queste ultime, specialmente quelle più antiche, ad apparire come vere e proprie gallerie d’arte; ed anche quelle di contrada e di periferia donano autentici capolavori, rivelando la maestria infinita anche degli artisti cosiddetti “minori”.  Spesso però, ed ora tutto sta a comprendersi se si ha la volontà di stabilire un dialogo, questa tipologia di opere viene perlopiù associata o identificata con il luogo sacro, la casa del cristiano devoto.

Apprezzamento profano dell’arte o ossequio devoto del sacro?

Oppure, contestualmente, l’aspetto liturgico prevale sulle capacità dell’artista. Nelle chiese, tra gli innumerevoli oggetti, risiedono ritratti dei volti dei santi e sculture in legno di splendidi crocifissi, acquasantiere marmoree e antichi reliquiari. Luogo di culto ovviamente, ma anche contenitore di tesori partecipe di una potenziale qualità museale. Da un lato l’apprezzamento profano dei visitatori e dall’altro l’ossequio del pubblico devoto. Così nell’invito all’ammirazione dei manufatti sacri presenti nelle chiese, il punto di incontro resta sempre lo stesso: il rispetto dei differenti punti di vista che si raggiunge tramite la conoscenza. Il rispetto reciproco tra chi pone lo sguardo sulle opere nel momento della preghiera e chi le apprezza per le loro proprietà oggettive. E’ necessaria una saggezza che mescoli la materia adoperata per la realizzazione del manufatto, con il silenzio del luogo sacro; la tecnica esecutiva, con l’odore dell’incenso; i personaggi definiti con maestosa bravura, con la loro storia raccontata nel testo sacro. Ne uscirebbe un’opera con valore aggiunto e la consapevolezza di ciascun aspetto non toglierebbe nulla ad entrambe le posizioni. Così lo spettatore distaccato dall’aspetto religioso potrebbe tentare di non cadere nella trappola del distacco solipsistico e il cristiano devoto potrebbe riuscire ad impressionarsi anche nei confronti dell’Arte facendosi coinvolgere da una ulteriore Fede, quella dell’Oltre.

Opere su temi religiosi: tra estasi devota e apprezzamento miscredente

Già la Revisione del Concordato Lateranense del 1984 all’articolo 9 recita che “La Repubblica italiana, riconosce il valore della cultura religiosa e tiene conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”  e nell’articolo 12  pronuncia che “Al fine di armonizzare l’applicazione della legge italiana con le esigenze di carattere religioso, gli organi competenti delle due Parti (lo Stato e la Chiesa) concorderanno opportune disposizioni per la salvaguardia, la valorizzazione e il godimento dei beni culturali d’interesse religioso appartenenti ad enti e istituzioni ecclesiastiche”. Sebbene non sia solo ciò che sta scritto che conduce all’accoglienza reciproca, ma anche il buonsenso, è intanto proponibile una riflessione per il raggiungimento di una nuova sensibilità culturale. Non così estremisti come Segantini quando affermava che “..l’arte deve rimpiazzare il vuoto lasciato dalle religioni”,  e neppure intransigenti come l’arcivescovo di Colonia, recentemente scomparso, quando dichiarava che “Se la cultura non è unita alla ricerca di Dio il risultato è un’arte degenerata”. Probabilmente il primo denunciava con dolore una sensazione di abbandono e il secondo voleva solo esortare gli artisti ad un maggiore interesse per i temi religiosi.  Così attraverso quella saggezza chiamata buonsenso, lo stato di isolamento dalla realtà, durante la visione di un’opera sacra, che conduce il fedele ad essere assorto sull’aspetto religioso dell’oggetto incorporando rito e preghiere, denominato estasi, potrebbe coinvolgere  anche il miscredente. Allo stesso modo il cristiano devoto potrebbe sentire su di sé quello stato di “forte scompenso psicofisico” provocato dalle opere d’arte di straordinaria bellezza. Una danza tra la l’estasi religiosa e la Sindrome di Stendhal; tra la qualità artistica dell’oggetto e il suo valore sacro e in ogni caso indipendentemente dalla loro ubicazione.

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