Lo spread stringe a 305 punti e si allarga il divario tra BTp lunghi e brevi

Chi si aspettava un ulteriore terremoto sul mercato del nostro debito sovrano con la bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione europea ha dovuto ricredersi. Gli investitori stanno scontando sin da ieri il dialogo in corso, anche se ancora sotterraneo, tra Roma e Bruxelles. Lo stesso commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha dichiarato […]

Chi si aspettava un ulteriore terremoto sul mercato del nostro debito sovrano con la bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione europea ha dovuto ricredersi. Gli investitori stanno scontando sin da ieri il dialogo in corso, anche se ancora sotterraneo, tra Roma e Bruxelles. Lo stesso commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ha dichiarato oggi di essere ottimista sul punto, pur non rinunciando a una stoccata contro il vice-premier leghista Matteo Salvini, che “non è un eroe”, ha spiegato. Fatto sta che la tensione sui mercati si sta allentando. Lo spread BTp-Bund a 10 anni si è ristretto dai 325 punti base a cui era esploso martedì scorso, alla vigilia della decisione europea, ai 305 del tardo pomeriggio odierno. I rendimenti decennali dei nostri bond sono scesi nel frattempo dal 3,62% al 3,44%. Restano altissimi, ma almeno la direzione è quella positiva per il momento.

Un altro dato incoraggiante riguarda anche le scadenze più brevi. I BTp a 2 anni oggi rendono poco più dell’1%, quando l’altro ieri stavano all’1,39%. Ne consegue che il divario tra decennali e biennali si sia allargato sui 240 punti, una distanza di sicurezza abbastanza tranquillizzante per quanti monitorano questo altro spread per capire in quale direzione si muoverà nei prossimi mesi l’economia italiana.

Quando i rendimenti a breve si avvicinano troppo a quelli dei titoli a lungo termine o finiscono per superarli, il segnale per l’economia è negativo, se non allarmante. L’inversione o il semplice appiattimento della curva delle scadenze, infatti, sarebbe la spia che il mercato sconterebbe rischi imminenti, come un default, oppure, nel caso specifico, di uscita dall’euro. In generale, però, un appiattimento potrebbe anche solo implicare aspettative d’inflazione in forte surriscaldamento per il prossimo futuro, cosa che non è il caso odierno dell’Italia.

A sua volta, una curva piatta o, peggio ancora, invertita creerebbe le condizioni di per sé per una recessione, in quanto limiterebbe il credito all’economia reale. Le banche, che prendono a prestito denaro a breve tra la clientela (depositi, conti correnti, obbligazioni, pronti contro termine), subirebbero un aggravio dei costi non adeguatamente compensato dai ricavi, i quali maturano sui prestiti (a lungo) a imprese e famiglie. Di conseguenza, il denaro diverrebbe più costoso e le erogazioni diminuirebbero, avvitando l’economia su sé stessa. In effetti, le rate del mutuo rincarerebbero, rendendo meno conveniente l’acquisto di un immobile e sottraendo capacità di acquisto alle famiglie che hanno già contratto un debito a tasso variabile. Lo stesso dicasi per le imprese, che si vedrebbero prestare meno denaro per investire, a tutto discapito della crescita del pil e dell’occupazione.

Uno spread a 240 punti tra decennali e biennali allontana questi rischi, anche se rendimenti a breve relativamente elevati rispetto al resto dell’Eurozona si traducono, comunque, in una pressione sulle banche riguardo al funding. Tuttavia, ad oggi non risulta che i risparmiatori abbiano ritirato le giacenze dai conti per investirli altrove o in altri strumenti. E tenete conto che il divario tra titoli a 10 anni e quelli a 2 anni della Germania si attesta sotto i 100 punti, 2 volte e mezzo più basso che in Italia. In Spagna, si aggira sui 180 punti, per cui possiamo affermare che almeno sotto questo profilo, pur restando i rendimenti italiani anomalamente altissimi, quanto meno non segnalano una curva piatta, che aggraverebbe lo stato delle cose.


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