L’Ue boccia le etichette sui prodotti alimentari italiani, milioni di euro bruciati chi rimborsa le aziende?

Il rebus delle etichette sui prodotti alimentari.

Una norma che risale al decreto legislativo n. 145 del 2017, in cui emergeva l’obbligo posto in essere ai produttori d’inserire nelle etichette sui prodotti alimentari lo stabilimento legato di produzione del prodotto. È apparsa subito una smagliante vittoria per i consumatori, che avrebbero avuto la possibilità di capire da dove viene il prodotto, verificarne il luogo di origine e quello di confezionamento.

Etichette sui prodotti alimentari: la norma incompresa

La Commissione Europea ha stroncato questa norma, peccato che le aziende del nostro Bel Paese, nel frattempo si sono adeguate alla normativa. Un trambusto in cui l’Italia, rischia un’ulteriore sanzione Ue.

Dalla “Repubblica” si legge, che in una lettera del commissario Vytenis Andriukaitis pervenuta al Governo il 30 gennaio 2018, appare il modo esplicitamente il motivo del rifiuto:

 “La notifica è irricevibile e la Commissione non ne analizzerà quindi il contenuto”.

Per un errore di notifica le aziende italiane che si sono adeguate alla normativa, hanno bruciato milioni. La beffa: la Ue non valuterà la norma. L’inghippo è capire esattamente perché il contenuto della missiva non sia stato opportunamente diffuso. Eppure, la questione dell’origine dell’etichettatura dei prodotti è stata ampiamente discussa e approvata da diversi decreti, divenuti forse della semplice cartaccia.

Considerato, che le aziende italiane per adeguarsi alla normativa hanno sborsato diversi milioni, non ci resta che fare chiarezza verificando per ordine tutti i passaggi e capire esattamente quali conseguenze emergono per il consumatore?

L’inizio di questa storia tutta italiana ha origine con il Regolamento europeo n. 1160/2011 in vigore dal 13/12/2014. Una sorta di “testo unico” in cui la Ue chiarisce le fasi da rispettare per l’etichettatura dei prodotti alimentari. Tra i tanti paletti imposti nel n. 1169 non emerge l’obbligo di segnalare lo stabilimento di produzione, quindi falcia immediatamente il decreto n. 109/92, che il nostro Bel Paese aveva provveduto a realizzare.

L’Italia con un colpo di genio per salvaguardare i propri prodotti alimentari ha inserito una norma ad hoc. Dovendosi confrontarsi in un mercato unico, tale norma è stata sottoposta al vaglio della Commissione Ue per le dovute verifiche.

L’etichetta sui prodotti alimentari: l’ennesimo pasticcio tutto italiano

L’inghippo nasce nell’ultima fase, infatti, come da Regolamento 1169 il nostro Paese ha disposto un testo di decreto per il vaglia alla Commissione. La quale, lo ha analizzato emettendo non poche critiche, rinviandolo per un successivo riesame a tre mesi. Questo è quanto emerge dalla segnalazione di Dario Dongo, fondatore di Gift, avvocato in diritto alimentare europeo.

Successivamente, qualcosa non va per il verso giusto e il Governo ritira la notifica, così facendo inserisce un palo nella continuazione dell’intero processo. Poi, l’esecutivo in vigore, ha provveduto a inoltrare alla Commissione una successiva nota, ma non in riferimento al regolamento n. 1169, ma bensì all’articolo 114 che si riferisce al Trattato di funzionamento dell’Unione Europea.

La funzionalità di quest’ultima norma è relativa a leggi già attuate nel nostro Paese, di conseguenza si è trattato solo di una sorta di promessa di sostenerle in qualità di membro Ue. In altre parole, l’Italia ha associato le due norme, solo che quella del 92 non solo era “scaduta”, ma totalmente non uguale a quella approvata dall’esecutivo in vigore. A questo punto la Commissione boccia la richiesta per un difetto di notifica, senza considerare il contenuto.

Il neo sulla questione ruota sul perché il Governo non ha provveduto a divulgare la nota negativa né alla popolazione ne tanto meno alle aziende italiane. Queste ultime nel frattempo hanno speso milioni per adeguarsi a una norma, che in sostanza è quasi carta straccia. Un paradosso tutto italiano, dove le aziende spendono fior di milioni per rispettare una norma, per poi scoprire che non ha validità per tutti.

L’etichetta sui prodotti alimentari: cosa cambia per le aziende italiane?

Partendo dal presupposto che la legge è attiva e va rispettata, il punto riguarda le autorità di controllo che potrebbero non tenerne conto. Ciò significa, che la fascia di produttori inadempienti non rischia niente, nessuna sanzione.

Rientrerebbe in una delle classiche situazioni di disuguaglianza tra i diversi produttori, che coinvolgerebbe le aziende che nel frattempo si erano adeguate alla normativa e chi invece non ne ha tenuto conto. Resta da precisare, che le aziende che producono prodotti all’estero, non devono rispettare la legge del 2017, pur se venduti regolarmente nel nostro Paese.

Inoltre, la stessa medesima legge non impone l’obbligo dell’indicazione della produzione del prodotto, ma solo del confezionamento. La barzelletta che emerge chiaramente coinvolge le aziende produttrice di prodotti esteri, regolarmente confezionati in Italia. Le quali hanno la possibilità legale di omettere l’origine del cibo, inserendo nell’etichetta solo il luogo di confezionamento.

Emerge il danno per il consumatore finale, che non saprà mai da dove spunta il prodotte che sta mangiando, ma solo lo stabilimento di confezionamento. Un danno che colpisce in pieno il cuore del made in Italy.

Al momento, il Mipaaf si è opposto alla Commissione dichiarando che il decreto resta in vigore al vaglio del Governo che è tenuto a risolvere l’intera questione.

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Antonella Tortora

Analista Contabile, collaborato con diversi quotidiani online. Adoro scrivere, ogni notizia è degna di essere vissuta, raccontata, con cuore, emozione, passione. Raccontarle serve a renderle uniche, se non raccontate finirebbero nel labirinto del dimenticatoio. Resta un'unica verità ogni storia incorpora una piccola parte di me, che emerge in un angolino nascosto. Citazione preferita: “Il valore di una persona risiede in ciò che è capace di dare e non in ciò che è capace di prendere.” Albert Einstein