Mobbing in condominio, cosa dice la Cassazione?

In una vicenda, un portiere ritiene di essere stato soggetto al comportamento di mobbing da parte dei condomini. Cosa dice la legge?

Per chi non sapesse cosa sia il mobbing, si tratta, nell’ambito della psicologia, “di un insieme di comportamenti aggressivi di natura psicofisica e verbale, esercitati da un gruppo di persone nei confronti di altri soggetti. Può essere considerato a tutti gli effetti una forma di abuso” Questo è quanto recita Wikipedia. Poi, .chi subisce mobbing da un condominio, come datore di lavoro, deve provarlo. Questo, infatti, è quanto è stato stabilito dall’ordinanza n. 25872/2018 della Cassazione, che si è pronunciata sul caso di un portiere a cui in primo grado e in appello è stato negato il ristoro richiesto per aver subito condotte mobbizzanti da parte dell’amministratore e dei vari condomini. Gli Ermellini, o anche Corte suprema della Cassazione, “contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non hanno giudicato l’operato del secondo giudice in particolare superficiale”. Il giudice d’appello infatti, a detta della Suprema Corte “avrebbe vagliato attentamente tutto il materiale probatorio, dal quale però, come chiarito anche nella sentenza impugnata, non sarebbero emersi elementi tali da configurare una condotta mobbizzante tale da giustificare una richiesta risarcitoria per danno biologico, morale ed esistenziale”.

Il processo

Il portiere, si presenta davanti al tribunale dichiarando di avere presso il condominio in cui lavorava l’alloggio, regolarmente inquadrato dal 1993 al 2008 e dichiara di esser stato soggetto al comportamento persecutorio da parte dell’amministratore e di alcuni condomini, oltre al non aver percepito una retribuzione adeguata alle mansioni e di aver subito un licenziamento definito da lui illegittimo. Si potrebbe dire di essere in presenza di vero mobbing. Così, impugna il licenziamento e vuole la condanna del condominio come datore di lavoro oltre che al risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale. Dall’altra parte, il Giudice accoglie solo in parte il ricorso condanna il condominio al pagamento di più di 82.0000 euro, a titolo di differenze retributive e t.f.r., rifiutando le domande per la dichiarazione della illegittimità del licenziamento e risarcimento del danno da mobbing.
In seguito, la Corte d’appello “conferma la sentenza di primo grado per l’insussistenza di elementi in grado di configurare una condotta vessatoria del condominio datore di lavoro, per assenza della intenzionalità di mobbing e per l’ascrivibilità della stessa a più datori, cioè i condomini”. Inoltre, è legittimo il licenziamento, a causa di inabilità al lavoro. Così, ricorre in cassazione il portiere, resiste con controricorso il condominio

Perché il ricorso?

I motivi del ricorso per la richiesta di risarcimento di vari danni a causa di mobbing:

• si duole che la Corte “abbia escluso che l’impossibilità sopravvenuta delle prestazioni per motivi di salute fosse riconducibile ad una condizione patologica imputabile al datore di lavoro, trascurando di considerare una serie di fatti riconducibili all’osservanza di orari di lavoro eccedenti i limiti della legge n.66/2003; alla mancata fruizione delle ferie nella misura spettante; al pagamento di spese ingiustificate; tutte oggetto di discussione fra le parti e decisive ai fini della valutazione della ricorrenza del mobbing” e che qui le minacce e le violenze rivolte al portiere siano state sottovalutate e non prese in giusta considerazione.
omessa pronuncia da parte della Corte su“le condotte poste in essere dai condomini gravemente lesive dell’integrità psicofisica del soggetto, anche se atomisticamente considerate, implicavano il diritto del danneggiato al ristoro, sotto il profilo del danno biologico, morale, esistenziale.”

Il mobbing ha bisogno di prove

La Suprema Corte respinge le suddette doglianze del portiere, dato che ha valutato le testimonianze e la documentazione prodotta. “Essa ha altresì vagliato adeguatamente le denunciate condotte dei condomini, escludendo che potessero configurare mobbing con conseguente condanna al risarcimento del danno”. Di conseguenza, non c’è collegamento tra il presunto mobbing subito ed il licenziamento. Gli Ermellini concludono: “l’espletato accertamento investe, infatti, pienamente, per quanto sinora detto, la quaestio facti, e rispetto ad esso il sindacato di legittimità si arresta entro il confine segnato dal novellato art.360, co. 1, n. 5, c.p.c., così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 7 aprile 2014.”


Per essere sempre aggiornato, seguici su: Facebook - Twitter - Gnews - Telegram - Instagram - Pinterest - Youtube

Condividi questo articolo sui Social
TwitterFacebookLinkedInPin ItWhatsApp

Katia Russo

Sono Katia, ho 21 anni e sono una studentessa di Lettere Moderne. Fin da piccola la scrittura e la lettura mi hanno sempre affascinato, e crescendo, ho iniziato ad interessarmi di cinema e di arte. Sono una grande curiosona e mi piace trasmettere qualsiasi informazione utile.