Napoli, il gotico di Sant’Eligidio e la regina Isabella di Trastamara

Alla scoperta di Napoli: il gotico di Sant’Eligidio e la regina Isabella di Trastamara

È una gelida mattina di gennaio e mi ritrovo in un grande spiazzo, a quest’ora ancora non popolato dalla brulicante folla che solitamente lo abita. Mi ritrovo a Piazza Mercato, un tempo Piazza Moricino, così chiamata perché a ridosso delle mura cittadine e, secondo alcuni, perché frequentata da mercanti mori provenienti dall’Oriente. Piazza Moricino divenne centro di commercio e di scambi per volere di Carlo d’Angiò, che qui sposto’ il mercato, tenuto fino alla metà del duecento in piazza San Gaetano, antica agorà greca e poi macellum romano.  Piazza del Carmine non era solo luogo di commerci, veniva anche utilizzata per le  esecuzioni capitali in pubblico. E tante sono le onorevoli teste cadute proprio in questo slargo. Andando a ritroso nel tempo, mi vengono in mente i martiri della rivoluzione partenopea. Eleonora Pimentel Fonseca, fra questi. E prima ancora, un altro rivoluzionario. Quel pescivendolo, che fece sognare ai napoletani di potersi liberare dalla morsa vicereale: Masaniello. Ma la più illustre delle teste  è sicuramente quella del re giovinetto, che a soli sedici anni saggio’, proprio lì, la fredda lama del boia. Corradino di Svevia, l’ultimo erede della nobile casata degli Hohenstaufen. Nipote di quel Federico II, l’imperatore noto con l’appellativo di Stupor Mundi, per l’ammirazione che suscitava grazie alla sua magniloquenza e smisurata cultura, fondatore della prima Università pubblica al mondo e non come le altre università sino ad allora istituite che erano frutto dell’accordo privato tra studenti e docenti.

Nell’aria fredda di questa mattina mi sento i brividi addosso, gli stessi brividi che dovevano scuotere i corpi dei presenti in questa piazza nelle prime ore di quell’ottobre del 1268. Quella mattina, nonostante la gran folla presente, un mutismo surreale regnava incontrastato e fu rotto solo dal colpo secco dell’aguzzino, che lasciò cadere la sua ascia sul ceppo di cuoio.  Ed ecco ruzzolare, sul freddo selciato, il biondo capo di quel re troppo giovane per pagare così severamente la sua legittima pretesa al trono. E un’aquila si fiondò nella pozza di sangue per bagnare l’ala destra e riprendere il volo verso nord come presagio di vendetta. Mai si era vista, in quella piazza, la testa di un re fare quell’ignobile fine. Tale fu lo sgomento che questa cruenta morte suscitò nel popolo napoletano che il re angioino si vide costretto, per espiazione, a far erigere la prima chiesa gotica realizzata a Napoli.

Chiesa-di-SantEligio-Maggiore

La chiesa di Sant’Eligio e questa è la meta della mia rapida incursione domenicale.
La chiesa si presenta in tufo giallo e piperno grigio. Pietre, l’una estratta dal sottosuolo cavernoso della città, l’altra derivante dalla lava vulcanica. E di questi materiali ne preserva l’energia tellurica che subito investe il visitatore una volta entrato. Un’energia che proviene dalla  terra e che ti avvolge, ti accalora e ti proietta verso il cielo.  Come le sue volte a sesto acuto e i suoi finestroni svettanti che ti costringono ad alzare gli occhi verso l’alto, quasi ad entrare in contatto diretto e personale con Dio. 

Ingresso-della-chiesa

Si accede alla chiesa dall’ingresso posto sul fianco destro, attraverso un portale strombato, svasato verso l’interno, che sembra  inghiottirti. All’interno, la pietra nuda delle mura, rimessa in evidenza con le opere di ristrutturazione post-belliche, ti proietta in un’altra dimensione. E ti sembra di essere piombato in pieno medioevo, con la chiesa pronta ad ospitare cavalieri, gran signori e donne di corte.  Mi soffermo ad ammirare un affresco che si intravede sulle colonne in fondo alla chiesa. Forse una rappresentazione di Papa Urbano V con le effigi dei santi Pietro e Paolo. E immagino quanto dovesse essere ancora più ammirevole l’intero sito quando appariva tutto riccamente affrescato.

Interno-con-archi-a-sesto-acuto

Dopo questo tuffo nel passato, esco dalla chiesa e resto catturato dall’orologio che domina l’arco di collegamento del  campanile con un edificio adiacente. Si racconta che l’arco fu costruito nel quattrocento, in epoca aragonese, per custodire coloro che erano in attesa della pena capitale.Orologio-di-SantElgidio

Ma ad attirare particolarmente la mia attenzione è il gran orologio che vi campeggia. Sul lato che dà verso piazza del Carmine ritrovo due piccoli volti in marmo, subito sotto il quadrante cerchiato. L’uno,  barbuto e torvo di un uomo, l’altro, docile e sereno di una dama. Si tratta dei protagonisti di una leggenda riferita anche da Benedetto Croce. Quelli sono i volti della giovane Irene Malerbi e del duca Antonello Caracciolo. Quest’ultimo si invaghi’ della malcapitata, ma lei non intendeva assolutamente concedersi. Allora, il bramoso duca fece incarcerare il padre di lei, accusandolo ingiustamente di un omicidio e promise che se la figlia fosse stata meno avara, l’anziano avrebbe avuto una rapida liberazione. La giovinetta, per amore filiale, si concesse ma, non paga per l’oltraggio subito, si rivolse prontamente ad Isabella di Trastamara, figlia del re di Napoli Ferdinando II d’Aragona. Questa, in luogo del padre, assente per impegni bellici, decise che il duca dovesse subito riparare con un sontuoso matrimonio. Appena celebrate le nozze, però, riservo’ al nobile un inatteso destino. Ne ordino’ l’immediata decapitazione, di modo che la Malerbi potesse godere di una considerevole eredità. Dopodiché, eretto l’arco presso Sant’Eligio, richiese che, a imperitura memoria della ristabilita giustizia, le effigi dei nostri fossero lì impresse,  per sempre visibili. Le donne stentavano ad essere riconosciute e rispettate in tutto il mondo e invece a Napoli, in pieno quattrocento, avevano avuto giustizia grazie ad una regina pioniera nella difesa dei diritti del gentil sesso.

Affresco

Sull’altra facciata dell’orologio, verso Borgo Orefici, invece, ci sono le tracce di ben altra vicenda. Storia più recente, risalente al secondo conflitto mondiale. 28 marzo 1943, la Caterina Costa era ormeggiata nel porto di Napoli piena di materiale esplosivo pronto per essere trasportato nel nord Africa. Scoppia improvvisamente un incendio a bordo. Dopo vani tentativi di domarlo, la deflagrazione. Si misurerà una scossa tellurica del V, VI grado della scala Mercalli. La banchina sprofondo’ e pezzi di nave e di carrarmati schizzarono ovunque,  devastando la città. La torretta di un carrarmato si infilò nel tetto del teatro San Carlo. Una lamiera rovente colpì la fiancata del Maschio Angioino, lasciandone lo squarcio ancora visibile da via De Pretis e che io, da bambino, fantasticavo essere il segno di qualche bombarda medioevale. Una scheggia si conficcò’ nell’orologio di Sant’Eligio, bloccandone l’unica lancetta superstite, lancetta che rimase ferma sull’ora dell’esplosione sino al 1993, quando venne sistemata. Tutto ciò a riprova del fatto che Napoli, mentre ti folgora con il suo fascino e ti strega con la sua bellezza ammaliante, non ti risparmia mai di mostrarti qualche sua ferita dolente.

Non pago di quanto visto, mi avventuro nel chiostro della chiesa, antico educandato per fanciulle da indirizzare all’attività infermieristica come da volere, nel XVI secolo, del viceré Don Pedro da Toledo. Da lì, salendo varie rampe, giungo ad un terrazzo da dove accedo ad un museo,  ma non da una normale porta bensì, cosa più unica che rara,  da una finestra. Il Museo Storico della Moda  e dei Costumi di Canzanella. E qui mi ritrovo tra migliaia di abiti utilizzati per le più importanti opere liriche, teatrali e set cinematografici. Tra gli altri, riconosco gli abiti di Ferdinando II di Borbone, della regina Maria Carolina d’Asburgo Lorena, un imponente Enrico VIII, con al suo fianco Anna Bolena, gli abiti di Violletta e quelli dell’Aida, il celebre abito di Claudia Cardinale ne Il Gattopardo e tanti tanti altri.
Dopo questo tocco di colore e leggerezza, faccio rientro a casa, sentendomi parte di una storia millenaria e gloriosa e di una creatività che non ha pari.

Museo-Canzanella


Per essere sempre aggiornato, seguici su: Facebook - Twitter - Gnews - Telegram - Instagram - Pinterest - Youtube

Condividi questo articolo sui Social
TwitterFacebookLinkedInPin ItWhatsApp

Daniele

Giurista prestato, per professione, alla finanza. Appassionato d'arte, in ogni sua forma espressiva. Ama raccontare Napoli e la sua terra,  fonte infinita d'ispirazione