Allarme selfie neri: sta diventando una moda pericolosa tra i giovani (e non)?

Li abbiamo chiamati “selfie neri“: sono gli autoscatti che hanno come sfondo il luogo e il momento di un incidente. Quando la nave da crociera all’isola del Giglio diventò lo sfondo dei selfie dei turisti la notizia suscitò indignazione. Ma i due recenti casi di cronaca hanno un aspetto ancor più allarmante: il selfie nero (dove ovviamente con nero vogliamo evidenziare l’aspetto macabro di questo scatto) viene fatto nel pieno momento di concitazione e nell’immediato dell’evento tragico. La pietas lascia spazio al flash? E’ sintomo di un disagio sociale circoscritto o può diventare una moda pericolosa come altre catene che coinvolgono giovani e non sempre più social?

Omissione di rimorso: i selfie neri di un’umanità incolore

Il 26 maggio scorso, a Piacenza, una donna è stata investita da un treno. Si tratta di una turista canadese. Mentre i soccorritori del 118 tentavano di aiutarla, un ragazzo, a bordo della banchina si scattava un selfie per immortalare la sua presenza sul luogo dell’incidente. Fermato dalla Polfer è stato identificato e costretto, non senza proteste, a cancellare le foto dallo smartphone. Ma l’immagine di questo selfie macabro e fuori luogo è stata immortalata dal giornalista Giorgio Lambri, pubblicata dal quotidiano Libertà, e ha fatto il giro del web.

A distanza di pochi giorni è successo di nuovo. Ad Anghiari (Arezzo) un motociclista 50enne è stato vittima di un incidente fatale travolto da un camion: sul luogo dell’incidente due adolescenti si sono scattati un selfie davanti  all’asfalto con i segni della frenata disperata e inutile. Un medico ha urlato ai due giovani di vergognarsi per il mancato rispetto di quel tragico momento e i ragazzi si sono dati alla fuga. L’immagine sul telefono c’è ancora, Stefano Pasqui, a bordo della moto , invece non c’è più.

Perché siamo attratti dal macabro?

Non vogliamo assolutamente giustificare questa pratica ma prima di scatenare allarmismi sociali dobbiamo anche accettare l’idea che l’uomo è attratto dal macabro. Alzi la mano chi restando bloccato nel traffico, giunto a passo d’uomo all’altezza dell’incidente che ha creato la coda non si volta anche velocemente a guardare ben sapendo quello che i suoi occhi vedranno. E’ un aspetto connaturato all’uomo. E che dire dei luoghi teatro di barbari omicidi che diventano quasi mete turistiche? Alla tentazione del selfie in un momento inopportuno è caduto anche Obama in occasione del funerale di Mandela. Il fatto è che quando un evento non ci tocca da vicino ne siamo spettatori assenti o perfino cinici: quel ragazzo del selfie alla stazione potrebbe struggersi di dolore alla morte di un genitore ma resta impassibile come davanti ad un film di fronte a quella scena di dolore reale. Siamo abituati alla violenza sbattuta davanti agli occhi tutti i giorni e non ci turba più. E forse è questo l’aspetto meno umano della vicenda. Pensate anche al titolo volutamente provocatorio di questo titolo: molti di voi avranno letto l’articolo perché magari sono genitori e si sono allarmati per il pericolo dei “selfie neri” temendo per un contagio dei propri figli e magari ora, tranquilli, stanno tirando un sospiro di sollievo. Non è anche questa una forma di piccolo egoismo? Non vi state in questo momento scattando un selfie di fronte alla sconfitta dei genitori di quel ragazzo insensibile alla stazione? Eppure un po’ sconfitti lo siamo tutti…