La chiesa dei Santi Severino e Sossio a Napoli, il dolore incolmabile…

È una plumbea mattina di inizio febbraio e il cielo carico d’acqua minaccia, sulla mia testa, una pioggia imminente. Con lo sguardo scruto il giro d’orizzonte in cerca di una sfumatura più chiara che allenti quella morsa grigiastra che sembra strozzarmi, ed ecco che trovo uno spiraglio, un varco azzurrognolo che mi ridesta da quello stato di apnea in cui era piombato. 

La magia di Napoli

Questa è la magia di Napoli,  la città del Sole, che anche quando piove e fa brutto, se guardi meglio, ti riserva sempre un punto di fuga, uno sprazzo d’azzurro. Ricordo allora, quando, giovane universitario, mi trattenni una settimana da mio fratello a Milano per preparare con calma un esame un pò ostico. Per tutto il tempo rimasi avvolto dal grigiore del cielo, un colore compatto, granitico, che non dava scampo e che faceva  tutt’uno con quei  palazzi anonimi della periferia meneghina, ed io mi sentivo soffocare, come se fossi con la testa infilata in una busta di plastica.

Ogni volta che ci ripenso, mi vengono ancora attacchi claustrofobici, mi sento mancare l’aria nei polmoni e mi convinco che proprio non potrei vivere a lungo lontano dalla mia città. Con questo pensiero consolatorio, e quello spruzzo d’azzurro che il cielo mi ha impresso negli occhi, mi ritrovo dinanzi all’ingresso di quella che era considerata, a metà del seicento “la più bella delle chiese napoletane”. Così la definiva Giulio Cesare Capaccio, iniziatore degli scavi di Paestum, la Chiesa dei Santi Severino e Sossio.

Ingresso-della-chiesa
La chiesa fa parte del complesso monastico dei benedettini, trasferitisi nel X secolo in questa zona dei decumani, dove cinque secoli prima era stato donato un terreno a san Benedetto da Norcia. L’area appariva più protetta rispetto a Pizzofalcone, ove il vecchio monastero era troppo esposto alle frequenti incursioni saracene. I Benedettini vi traslarono i resti di San Severo, custoditi nel Castrum Lucullanum, l’antica villa romana di Lucullo, costruita sullo  scoglio di Megaride, che darà poi posto al Castel dell’Ovo.

Cappella-Sanseverino

Vi si aggiunsero anche le reliquie di San Sossio, qui portate dal Castello di Miseno, dove giacevano dai tempi del martirio subito alla Solfatara con San Gennaro. Si giunge all’entrata dopo aver costeggiato le alte mura del complesso monastico benedettino, unico per il suo genere a Napoli, oggi sede dell’Archivio di Stato.

Mura che negano, agli occhi dei passanti, la vista dei quattro splendidi chiostri interni, di cui uno custodisce il Platano che si vuole piantato personalmente dallo stesso san Benedetto da Norcia. Platano miracoloso, risorto dalle originarie radici dopo un improvvido abbattimento eseguito negli anni 50, le cui foglie, si racconta, abbiano capacità medicamentose. 

Appena varcata la soglia di ingresso, veniamo gentilmente accolti dai volontari del Touring Club Italia che assicurano l’apertura e la fruizione di questo splendido complesso riaperto da qualche anno dopo una chiusura trentennale, risalente al terremoto dell’80. Terremoto, quest’ultimo, che non è stata l’unica sciagura che ha interessato questo monastero benedettino.

Tanti altri cataclismi ne hanno scosso le mura, tanto da indurre San Benedetto ad incidere, sulle colonne d’ingresso, delle frasi esorcizzanti avverso quelle forze malefiche che si erano annidate nel primo complesso, forse per la presenza di “libri proibiti”. Frasi mistiche che preservarono la struttura, ma solo fino alla sua morte. 

Controfacciata-della-Sagrestia

Appena entrati, mio figlio viene attratto dai tabelloni che i ragazzi del Touring stanno decorando per degli allestimenti ed io invece mi attardo ad ammirare lo splendido pavimento del cinquecento che, apprendo dalla mia inattesa guida, essere composto da marmi provenienti da ben 14 paesi, tra cui Spagna e Turchia. La guida ci tiene a mostrarmi subito un quadro della Madonna posizionato in una delle cappelle sulla sinistra della navata unica. Mi riferisce che frotte di donne, di ogni età e rango sociale, si affrettano presso questa cappella per chiedere alla Madonna la grazia di una gravidanza desiderata e che tarda ad arrivare. Ma in questo, nulla di diverso da altre chiese napoletane ove approdano credenti desiderose di un intervento della Santa Madre che assicuri loro matrimoni, figliolanze e salute.

La cosa che più colpisce la mia immaginazione è vedere come in tali cappelle si affastellino sepolcri di rappresentanti delle famiglie nobiliari cinquecentesche che si riservavano lì l’ultimo loro loculo in segno di prestigio. Tra queste, la mia attenzione cade sulla cappella Sanseverino, posta nella zona dell’abside. La cappella custodisce il complesso funebre che accoglie i resti mortali della Contessa di Saponara, Ippolita de Monti, e dei suoi tre amati figli Jacopo, Sigismondo e Ascanio.

Le tombe sono opera del mirabile Giovanni Merliano, i cui  capolavori, disseminati per la città, io vado ricercando avidamente, abitando nel nolano, luogo natio di questi. I tre giovinetti sono ritratti seduti, con la Bibbia in mano, in pose che li fan sembrare vivi e in colloquio tra di loro. La madre sdraiata sul piano di calpestio, completa l’insieme, riposta in modo da poter vedere, con un colpo d’occhio, i tre.

La cappella è posta a secolare memoria della tragedia vissuta da questi rampolli della nobile famiglia Sanseverino e dell’infinito dolore della madre, impotente testimone della tragica agonia dei propri figli. Questi erano gli ultimi eredi della famiglia Sanseverino, che tanto potere e ricchezze aveva accumulato nel corso della reggenza aragonese a Napoli, seppur con alterne vicende. Dopo esser stati decimati, ai tempi del re Ladislao, erano assurti a gran dignitari, con Roberto Sanseverino, il cui aiuto fu decisivo per la vittoria della battaglia d’ Ischia contro gli Angioini.

Le insegne dei Sanseverino fanno bella mostra sulle galee, ritratte nella Tavola Strozzi, che vittoriose rientrano nel porto di Napoli. Ma poi, il figlio Antonello fu animatore della congiura dei Baroni e per questo subì espropri e ostracizzazioni. Il padre dei nostri tre, Ugo Sanseverino, era riuscito a recuperare parte delle proprietà, prestando giuramento al re Ferrante. Così facendo, però, escludeva il fratello Girolamo dalla possibilità di partecipare alla spartizione delle ricchezze familiari. Ugo, difatti, aveva avuto ben tre figli maschi da sua moglie Ippolita e quindi a questi e solo ad essi sarebbe spettato l’asse ereditario.

La brama dello zio Girolamo lo  indusse, allora,  con la complicità della moglie Sancia Dentice del Pesce, ad ordine un piano scellerato per indurre la morte dei nipoti. Li invitò ad una battuta di caccia sul Monte Albano. Durante una pausa, somministro’ a questi un vino avvelenato che li portò ad una morte lenta ed agonizzante nel  corso dei giorni che ne seguirono. La madre, affranta, pretese vendetta, ma il marito preferì ricorrere alla giustizia secolare. Il fratello Girolamo riuscì, però, a scamparla, per insufficienza di prove e lo stesso Ugo preferì soprassedere per non infangare il buon nome della famiglia. Allora la contessa Ippolita de Monti, dilaniata e vittima dell’ingiustizia, maledisse tutta la famiglia Sanseverino, si ritirò presso il Monastero di San Gaudioso per uscirne solo quando fu il tempo di fare compagnia ai suoi virgulti, lì in mezzo a loro, dove avrebbe potuto accudirli in eterno.

Dopo questo bagno di dolore, in questo struggente transetto, mi ridesto, portandomi dinanzi al coro ligneo posto dietro l’altare maggiore, coro che, per l’eleganza degli intagli, divenne modello, nel ‘500, per quelli che andranno ad arredare le altre chiese della città. Ma la mia guida mi invita subito ad ammirare il magnifico lavoro di restauro della sacrestia. Resto sopraffatto dal ciclo di affreschi ad ornamento di tutta la volta e che si integrano in maniera spettacolare con il rivestimento ligneo delle pareti.
Nella controfacciata sono incuriosito dal soldato assiro, sulla destra della scena, partecipe alla battaglia di Sennacherib, che vuole fuggire alla furia dell’Angelo vendicatore cercando quasi di uscire dall’affresco, poggiando un piede su di un arco del rivestimento ligneo delle pareti, mentre a sinistra un altro soldano disarcionato quasi ci rovina addosso.

Tutto il ciclo di affreschi è attribuibile a Onofrio de Lione, pittore napoletano, allievo di Belisario Corenzio. I capolavori di quest’ultimo, un tempo, ornavano la volta di tutta la Chiesa, prima che non perissero nei vari crolli verificatesi negli anni. E proprio di Belisario Corenzio è una delle lapidi sepolcrali che si susseguono nel pavimento della navata centrale. Belisario Corenzio, artista di origini greche, che una gran mole di opere realizzò nella capitale partenopea. E riguardo questo pittore, noto ai suoi tempi per il carattere  altezzoso ed arrogante, la mia accorta guida mi narra una storia che fa invidia ad i migliori romanzi gialli.

Il mio accompagnatore, nel ricordarmi che Napoli, fino a tutto l’800, mai aveva conosciuto il fenomeno dell’emigrazione, che interessò i popoli del Meridione solo dai tempi della dominazione sabauda, tenne a sottolinearmi come la città era invece un centro attrattivo per artisti, pittori, architetti, scultori ed artigiani. Da ogni parte d’Italia e del mondo accorrevano per le innumerevoli commesse nelle sue cinquecento cupole, monasteri, palazzi reali e nobiliari. La città, per tale motivo, era però anche luogo di grandi contese tra i più bravi artisti.

Non sempre il confronto tra gli questi era, però, leale e trasparente. Talvolta si trascendeva, con esiti anche poco piacevoli. Non mancarono occasioni in cui, contendenti del Belisario, rinunciarono ad alcune loro commesse, dopo aver subito gravi minacce ed attentati. Ma tali atteggiamenti del Belisario, alla lunga, lo resero inviso ai più. Pare proprio che in seguito a qualche alterco con altri artisti, il Nostro, mentre ritoccava alcuni affreschi della volta, sia inspiegabilmente volato giù dalle impalcature, finendo lì il suo lavoro, alla rispettabile età di 80 anni.

Completeranno ed arricchiranno la Chiesa Marco Pino, il senese, il bresciano Benvenuto Tortelli, il romano Bartolomeo Chiarini, il carrarese Fabrizio di Guido, il fiammingo Paul Schepers ed altri. Prima di prendere la porta d’uscita, mi interesso ancora un attimo alla cappella Medici di Gragnano ed alla tomba di Andrea Bonifacio, morto ad appena 8 anni, realizzata da Bartolomé Ordoñez , con due epigrafi di Jacopo Sannazaro. Qui i putti piangenti quasi mi commuovo e penso che non vi sia, in nessuna altra cappella, la rappresentazione di angioletti sofferenti.

Loculo-di-Bonifacio-con-i-putti-piangenti
Usciamo dalla Chiesa, io con gli occhi pieni di bellezza e mio figlio con le tasche piene di pennarelli. Salutiamo i simpatici e validi volontari del Touring e ci affidiamo all’aria fresca di quest’inverno che pare fare i dispetti come un bimbo capriccioso. Mentre minaccia di rivoltarti addosso piogge scroscianti, poi ti bea con dei raggi tiepidi e rassicuranti. E con il cielo azzurro che si fa spazio, facendo a spintoni con le nuvole grigie, riprendiamo la via di casa ancora rapiti dallo splendore poco prima vissuto.

Daniele

Giurista prestato, per professione, alla finanza. Appassionato d'arte, in ogni sua forma espressiva. Ama raccontare Napoli e la sua terra,  fonte infinita d'ispirazione