Obbligazioni bancarie ibride, il terrore da 100 miliardi che incombe in Europa

Si chiamano Co.Co.Bond, un acronimo che sta per “convertible contingent bond”, le obbligazioni convertibili all’occorrenza, anche definite “ibride” per la loro natura peculiare, a metà strada tra titoli di credito e titoli di capitale. Vengono emessi dalle banche per raccogliere liquidità sul mercato e al contempo ottemperare ai requisiti patrimoniali delle autorità di vigilanza. In […]

Si chiamano Co.Co.Bond, un acronimo che sta per “convertible contingent bond”, le obbligazioni convertibili all’occorrenza, anche definite “ibride” per la loro natura peculiare, a metà strada tra titoli di credito e titoli di capitale. Vengono emessi dalle banche per raccogliere liquidità sul mercato e al contempo ottemperare ai requisiti patrimoniali delle autorità di vigilanza. In che modo? A bilancio, vengono iscritti per metà come debiti (obbligazioni) e per l’altra metà come fossero capitale (azioni). Questo, perché tali bond presentano una componente di rischio per nulla indifferente per il creditore, essendo convertibili in azioni nel caso in cui la banca scendesse al di sotto di alcune soglie patrimoniali fissate all’atto della loro emissione. In genere, si fa riferimento al Core Tier 1 ratio, il principale indicatore della condizione patrimoniale di una banca. Se questo scende sotto la soglia segnalata, il Co.Co.Bond può essere convertito in azioni. Per l’obbligazionista, trattasi di una doppia perdita: niente più cedole, ossia flussi garantiti di reddito, e passaggio dallo stato di creditore a quello di azionista.

Anche gli azionisti subiscono una potenziale perdita dalla conversione, in quanto il numero delle azioni in circolazione aumenta e si riduce così il loro valore, anche in conseguenza del minore dividendo per ciascun titolo. Proprio in considerazione di tali rischi, i Co.Co.Bond offrono rendimenti maggiori di quelli ordinari, sebbene in pochi anni ed essenzialmente per effetto del QE della BCE, questi sono crollati da una media del 10% a una del 4% in Europa.

Di obbligazioni bancarie ibride ne circolerebbero nel Vecchio Continente per un controvalore di 104 miliardi di euro. La cifra in sé non appare affatto preoccupante, se rapportata ai patrimoni bancari di circa 30.000 miliardi di euro complessivi. Ma vi immaginate se una o più banche dovessero trovarsi costrette a convertirle anche solo per pochi miliardi di euro, cosa accadrebbe sul mercato obbligazionario? La fiducia degli investitori crollerebbe e il rischio di panico non si può escludere. Se è vero che questi strumenti sono noti per il loro grado di rischio, lo stesso dicevasi per le obbligazioni subordinate e abbiamo visto tutti cosa sia successo in Italia all’atto della loro conversione in capitale.

C’è un aspetto non secondario in questa discussione, cioè il fatto che i rendimenti di questi bond siano diminuiti a tal punto da annullarne la reale percezione del rischio, spingendo anche gli investitori meno spericolati ad acquistarli per ottenere una remunerazione comunque superiore a quella infima offerta in questi anni dalle obbligazioni più sicure. Sarà forse anche per questo che le azioni bancarie europee quest’anno abbiano perso in borsa la media del 25%? Che il mercato stia scontando tra l’altro proprio la conversione di molti di questi strumenti, a seguito delle difficoltà di numerosi istituti, italiani compresi, sul piano patrimoniale?


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