Pensione minima ecco chi ha diritto all’integrazione. Tutte le novità

La pensione minima può essere integrata o maggiorata, vediamo in quali casi

Chi ha una pensione al disotto della pensione minima, ha diritto all’integrazione. Chiariamo di cosa stiamo parlando, l’INPS riconosce a chi ha una pensione al di sotto del cosiddetto minimo vitale, pari, nel 2018, a 507,42 euro mensili, un integrazione di tale pensione fino a quest’importo. L’integrazione al minimo spetta su tutte le pensioni, di vecchiaia, di anzianità, anticipata, persino di reversibilità; per chi ha diritto all’assegno d’invalidità, la pensione minima si calcola in modo differente, mentre chi percepisce l’assegno sociale non ha diritto al trattamento minimo, ma a delle maggiorazioni. Dal 2019, in previsione del reddito di cittadinanza, tutte le pensioni dovrebbero ammontare a un minimo di 780 euro al mese.

Con questo articolo facciamo un po’ di chiarezza sulla pensione minima, come funziona, chi ne ha diritto, come si calcolano integrazioni e maggiorazioni.

Pensione minima a chi spetta l’integrazione o la maggiorazione

L’integrazione al trattamento minimo, che per il 2018, e pari a 507,42 euro mensili, ne hanno diritto tutti i pensionati, ad eccezione di chi il calcolo della pensione è stato effettuato col sistema interamente contributivo. Inoltre per aver diritto all’integrazione bisogna avere dei determinati requisiti di reddito, personale e familiare.

La pensione minima: cosa succede se si è titolare di più pensioni

Se si è titolare di più pensioni si ha diritto all’integrazione al trattamento minimo se:

  • le pensioni sono integrabili al minimo;
  • si rispettano i limiti di reddito, personali e familiari, per il diritto all’integrazione.

Se l’integrabilità al minimo spetta solo a una delle pensioni verrà integrata solo questa. Se le due o più pensioni di cui è titolare l’interessato sono entrambe inferiori al trattamento minimo, l’integrazione è attribuita su una sola pensione e spetta:

  • sulla pensione per la quale è riconosciuto il trattamento minimo di importo più elevato, nel caso in cui i minimi siano di importo diverso;
  • sulla pensione diretta, nell’ipotesi in cui l’interessato sia contemporaneamente titolare di pensione diretta e ai superstiti a carico della stessa gestione, sempre che sulla pensione di reversibilità, o indiretta, non competa un trattamento minimo di importo più elevato;
  • sulla pensione con decorrenza precedente, nel caso in cui le due pensioni siano di gestioni diverse.

L’integrazione al minimo si ha diritto rispettando dei precisi requisiti di reddito. Vediamo qualche esempio.

Chi non è sposato, o risulta legalmente separato o divorziato, ha diritto all’integrazione al minimo:

  • in misura piena, se possiede un reddito annuo non superiore a 6.596,46 euro;
  • in misura parziale, se possiede un reddito annuo superiore a 6.596,46 euro, sino a 13.192,92 euro.

Se il reddito supera i 13.192,92 euro, non si ha diritto a nessuna integrazione.

Facciamo esempi per capire meglio:

  • se un pensionato ha un reddito complessivo di 5mila euro annui ed una pensione di 200 euro mensili, ha diritto all’integrazione piena della pensione, sino ad arrivare a 507,42 euro;
  • se, invece, il reddito complessivo del pensionato è pari a 10mila euro, l’integrazione della pensione non può essere totale, ma parziale, ossia pari alla differenza tra il limite di reddito di 13.192,92 euro ed il reddito complessivo.

Per calcolare l’integrazione mensile bisogna sottrarre il reddito totale del pensionato dalla soglia limite e dividere per 13 il risultato.

Invece per chi è sposato i limiti di reddito sono più alti, ai fini dell’integrazione al minimo, si deve considerare anche il reddito del coniuge. Nel dettaglio, si ha diritto all’integrazione:

  • piena, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge non supera 19.789,38 euro ed il reddito del pensionato non supera i 6.596,46 euro;
  • parziale, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge supera i 19.789,38 euro, ma non supera i 26.385,84 euro ed il reddito del pensionato non supera i 13.192,92 euro.

Se il reddito personale e del coniuge supera i 26.385,84 euro, o se il solo reddito personale supera la soglia di 13.192,92 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Per calcolare l’integrazione mensile per chi è sposato si deve, procedere in questo modo: si sottrae il reddito totale dalla soglia limite e dividere la cifra per 13, ma bisogna fare controllare alcuni casi particolari. Se il reddito della coppia non supera i 26.385,84, ma il reddito del pensionato supera il limite individuale di 13.192,92 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Nessun limite di reddito coniugale, viene applicato alle integrazioni al minimo per le pensioni con decorrenza anteriore al 1994.

Quali redditi rilevano per il diritto alla pensione minima?

Non tutti i redditi, fanno parte dei redditi che determinano la soglia limite, ecco i redditi esclusi:

  • il reddito della casa di abitazione;
  • la pensione da integrare al minimo;
  • il Tfr ed i trattamenti assimilati (Tfs, Ips), comprese le relative anticipazioni;
  • i redditi esenti da Irpef, come le pensioni di guerra, le rendite Inail, le pensioni degli invalidi civili, i trattamenti di famiglia, etc.

Tutti gli altri redditi, vengono nel conteggio.

Spetta la pensione minima per chi ha diritto al calcolo contributivo?

Nessuna integrazione al minimo è prevista, allo stato attuale, per le pensioni interamente calcolate col sistema contributivo.

Le pensioni calcolate integralmente con tale sistema sono:

  • le pensioni di chi non possiede contributi versati prima del 1996;
  • le pensioni degli aderenti all’opzione contributiva Dini;
  • le pensioni degli iscritti alla Gestione Separata, comprese quelle ottenute con il computo da altre gestioni.

Ma grazie all’introduzione del reddito di cittadinanza, In futuro, si dovrebbe introdurre una pensione minima di garanzia pari a circa 780 euro mensili, anche per i trattamenti calcolati col solo sistema contributivo.

Pensione minima: per chi ha diritto all’assegno d’invalidità

Chi riceve l’assegno ordinario d’invalidità ha diritto all’integrazione al minimo, ma ci sono regole diverse rispetto a quelle previste nella generalità dei casi, in quanto l’agevolazione è disciplinata dalla legge di Revisione della disciplina dell’invalidità pensionabile.

L’assegno d’invalidità può subire delle riduzioni. Dobbiamo chiarire che l’assegno d’invalidità può essere cumulato con i redditi da lavoro, ma con dei limiti: se il titolare continua a lavorare e supera una determinata soglia di reddito, difatti, l’assegno viene ridotto. Vediamo in quali casi:

  • se il reddito supera 4 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 25%: cioè, se il reddito supera 26.385,84 euro annui, l’assegno d’invalidità è ridotto di ¼;
  • se il reddito supera 5 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 50%: quindi, se il reddito supera 32.982,30 euro annui, l’assegno d’invalidità viene dimezzato.

Se l’assegno già ridotto risulta comunque superiore al trattamento minimo, cioè supera 507,42 euro mensili, può subire una seconda trattenuta. Questa riduzione dipende dall’anzianità contributiva dell’interessato e viene applicata in questi casi:

  • con almeno 40 anni di contributi non deve essere applicata alcuna trattenuta aggiuntiva;
  • con meno di 40 anni di contributi scatta la seconda trattenuta;

La seconda trattenuta va applicata in modo diverso a se conto del tipo di reddito lavorativo se dipendente o autonomo:

  • relativamente al lavoro dipendente, la trattenuta è pari al 50% della quota di assegno che eccede il trattamento minimo, entro comunque l’importo dei redditi da lavoro percepiti;
  • relativamente al lavoro autonomo, invece, la trattenuta è pari al 30% della quota eccedente il trattamento minimo, ma non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

Quando non spetta la pensione minima sull’assegno d’invalidità?

L’integrazione al minimo non spetta se il titolare dell’assegno d’invalidità possiede redditi assoggettabili all’Irpef superiori a due volte l’ammontare annuo dell’assegno sociale, anche nel caso in cui il coniuge non possieda redditi. Quindi, se il reddito supera, per il 2018, 11.778 euro annui, non si ha diritto all’integrazione al minimo dell’assegno d’invalidità.

Per chi è sposato l’integrazione non spetta se il reddito, cumulato con quello del coniuge, è superiore a tre volte l’importo dell’assegno sociale: niente integrazione, se il reddito proprio e del coniuge supera 17.667 euro annui (relativamente all’anno 2018).

Le maggiorazioni della pensione minima

Se il pensionato ha compiuto 60 anni, può aver diritto alla maggiorazione sociale della pensione.

La maggiorazione sociale, per l’anno 2018, va in base all’età del pensionato ed è pari a:

  • 25,83 euro al mese per coloro che hanno dai 60 ai 64 anni;
  • 82,64 euro al mese per chi ha un’età tra i 65 e i 69 anni.

Se il pensionato ha più 70 anni, può aver diritto all’incremento della maggiorazione sociale, il cosiddetto incremento al milione, che consente di arrivare a una prestazione mensile sino a 643,86 euro (per l’anno 2018).

Nel 2018 l’incremento della maggiorazione sociale è pari a:

  • 136,44 euro al mese per i titolari di pensione;
  • 190,86 euro al mese per i titolari di assegno sociale;
  • 270,53 euro al mese per i titolari della vecchia pensione sociale.

Pensione anticipata lavori usuranti e gravosi

L’incremento è corrisposto per 13 mensilità.

Se il pensionato non è sposato e il suo limite di reddito non supera il trattamento minimo, pari a 507,42 euro mensili e 6.596,46 euro annui ha diritto alla maggiorazione sociale o all’incremento al milione in misura intera (se percepisce anche la quattordicesima, l’incremento si abbassa).

La maggiorazione sociale o l’incremento vengono riconosciuti in misura parziale se il reddito annuo proprio supera il trattamento minimo, ma non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’incremento o della maggiorazione.

Quindi per il 2018 l’integrazione è parziale, nei seguenti casi:

  • per chi percepisce la sola maggiorazione sociale, se non supera:
    • 932,25 euro annui di reddito, se ha da 60 a 64 anni;
    • 670,78 euro annui di reddito, se ha da 65 a 69 anni;
  • per chi percepisce l’incremento della maggiorazione sociale, se non supera_ 8.370,18 euro di reddito annuo.

Quando il pensionato è sposato ha diritto alla maggiorazione o all’incremento in misura intera se, oltre a rispettare i limiti di reddito personale, il reddito coniugale non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’assegno sociale.

La maggiorazione sociale o l’incremento per i coniugati sono invece riconosciuti in misura parziale:

  • se il reddito annuo proprio supera il trattamento minimo, ma non supera l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’incremento o della maggiorazione;
  • in riferimento al reddito coniugale, questo non deve superare l’importo dato dalla somma del trattamento minimo annuo con l’ammontare annuo dell’assegno sociale e dell’incremento o della maggiorazione.

Per gli sposati, l’integrazione è totale se il reddito coniugale non supera 12.485,46 euro annui.

L’integrazione, invece, è parziale:

  • per chi percepisce la sola maggiorazione sociale, se non supera:
  1. 821,25 euro annui di reddito coniugale, se ha da 60 a 64 anni;
  2. 559,78 euro annui di reddito coniugale, se ha da 65 a 69 anni;
  • per chi percepisce l’incremento della maggiorazione sociale, se non supera:
    • 259,18 euro di reddito annuo coniugale.

La pensione minima spetta a chi ha l’assegno sociale?

Sull’assegno sociale non spetta l’integrazione al minimo, ma solo delle maggiorazioni; quando sono presenti particolari requisiti, vediamo quali:

  • una maggiorazione pari a 12,92 euro mensili, che spetta, a tutti coloro che hanno un’età superiore ai 65 anni, ed un reddito inferiore a 6.056,96 euro, se non sposati, o inferiore a 12.653,42 euro, se coniugati;

In particolare, questa maggiorazione spetta:

  • in rapporto al reddito personale, in misura piena se il reddito annuo è tra zero e 5.889 euro, in misura ridotta se tra 5.889 euro e 6.056,96 euro;
  • in rapporto al reddito proprio e del coniuge, in misura piena se il reddito coniugale annuo è compreso tra zero e 12.485,86 euro, in misura ridotta se compreso tra 12.485,86 euro e 12.653,42 euro.
  • una maggiorazione pari a 190,86 euro spetta ai pensionati con almeno 70 anni di età e con reddito sino a 8.370,18 euro, se non sposati, o sino a 14.259,18 euro, se coniugati;

Per aver diritto alle maggiorazioni si deve considerare sia del limite di reddito personale che di quello coniugale.

Pensione minima 2019: le novità

Nel 2019 con l’entrata in vigore del reddito di cittadinanza, tutte le pensioni minime dovrebbero essere portate a 780 euro mensili, compresi i trattamenti calcolati col sistema contributivo, l’assegno sociale e l’assegno d’invalidità. Quindi il reddito di cittadinanza dovrebbe funzionare come una pensione minima universale per tutti, che porta il reddito al limite di 780 euro al mese per tutti.

Quindi non ci resta di attendere, per avere maggiori dettagli, con la prossima legge di bilancio, nella quale probabilmente prenderà forma l’intervento.

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Maria Di Palo

Sono ragioniere programmatore, ho scoperto, grazie ad una buona amica, il piacere di scrivere e di condividere ciò che mi interessa, mi incuriosisce e mi appassiona. Mi piace trasferire agli altri le ricette della tradizione campana che la mia mamma mi ha lasciato in eredità e quelle nuove che amo preparare per la mia famiglia. Mi appassiona scrivere su tutto ciò che attrae la mia curiosità come argomenti di attualità e argomenti che riguardano il mondo della scuola. Amo anche esplorare luoghi nuovi e affascinanti.